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Robert Peroni: un altoatesino tra gli Inuit

di G. C. Agazzi

BERGAMO — La Groenlandia, l’isola più vasta del pianeta e la meno popolata, Robert Peroni ha imparato a conoscerla nell’arco di dieci anni, nel corso di quattro spedizioni e, permanenza dopo permanenza, ha cominciato ad amarla fino a decidere di rimanervi per sempre. Nel 1980 viveva ancora in Alto Adige, sull’ altopiano del Renon. Era un alpinista e un campione di sport estremi. Aveva effettuato un’impresa eccezionale, attraversando l’intero altopiano groenlandese per 1400 chilometri, con altri due alpinisti ma senza radio, né collegamento telefonico, servendosi solo del sestante e trainando una slitta di ben 150 Kg. Poi, mentre stava per entrare nel pieno della vita adulta, stanco di inseguire vette e record, si accorse di desiderare altro, e si rese conto che questo “altro” era quella terra inospitale su cui regnava – e regna – la monarchia danese. Un ambiente algido e immobile, tanto ostile quanto straordinario per tutto quel bianco e quel silenzio. Il paese degli estremi, il suo posto, quindi. Erano stati gli inuit a chiedergli di restare. Gli inuit, un popolo difficile da comprendere per gli occidentali, così attaccati alle cose e alla costante ricerca di quanto possa rendere la vita il più possibile confortevole. “Robert, stai qui con noi, abbiamo bisogno di te” gli avevano detto. Gli era bastato ed era rimasto nel pieno delle forze, con tutte le sue potenzialità non ancora espresse.

Oggi Robert Peroni ha 71 anni e vive in Groenlandia da oltre 35 anni. Il 16 dicembre 2016 è stato ospite del Palamonti a Bergamo per raccontare la sua scelta di vita e accendere i riflettori su un popolo la cui sopravvivenza è fortemente messa in pericolo dalle grandi trasformazioni sociali e ambientali di questa nostra epoca. A presentarlo, Giorgio Fornoni, il reporter bergamasco di Ardesio che, incuriosito e affascinato dalla storia di Robert, nel febbraio del 2016 è andato a fargli visita, affrontando un viaggio di ben cinque giorni, per rimanere con lui circa tre settimane.

Era stato felice Robert di accogliere il giornalista, e lo aveva dimostrato con quella stretta di mano forte e calda che è poi la stessa di tutti gli alpinisti. Lo aveva ospitato nell’ostello chiamato Casa Rossa (Red House), da lui creato a Tasiilaq, un villaggio di 1600 anime che sorge su un fiordo, a circa cento chilometri a sud del Circolo polare artico, e aveva risposto a tutte le sue domande, gli aveva tolto ogni curiosità. Sì, ci si poteva muovere solo in barca, d’estate, e con la slitta trainata dai cani d’inverno. Sì, la Casa Rossa, grazie all’arrivo di qualche turista, era una risorsa preziosa per gli inuit o, almeno, per alcuni di essi, perché portava lavoro.
“Noi siamo qui a casa loro”: così sta scritto all’entrata della Casa Rossa, perchè Robert ha voluto per affermare che, in virtù di un incipit universale, nessuno è autorizzato a prevaricare gli inuit forzandoli a occidentalizzarsi.
Robert nel fiordo, lontano da tutto quello che per noi è essenziale, ha scoperto un’altra essenzialità. Ha scoperto la spiritualità, nel significato più alto e pieno del termine. Ha scoperto cosa significa unione, solidarietà, appartenenza a un gruppo grazie al patto sociale che lega gli inuit, popolo straordinario che non conosce guerra né aggressività. Che rispetta profondamente l’ambiente e prova compassione per l’orso quando lo uccide, si scusa con lui cercando di fargli comprendere che non può fare altrimenti per non morire di fame. Gli inuit cacciano e pescano per sopravvivere, non per distruggere, non per sfidare, non per sentirsi forti e potenti. Le loro condizioni di vita sono durissime, anche per clima ben lontano dall’essere anche solo vagamente mite, nonostante vi sia preoccupazione per quell’aumento di temperatura che si va via via registrando. Peroni li considera simili a bambini assolutamente impreparati di fronte ai continui assalti della modernità. Non hanno avuto guerre negli ultimi quattromila anni, non sanno combattere e non reagiscono di fronte alle provocazioni dell’Occidente, che vuole invaderli, dettando leggi per loro incomprensibili.

Robert li ha raccontati insieme alla sua vita in ben tre libri. Li ha definiti un popolo bellissimo. Gli inuit vengono dalla Siberia e dalla Mongolia: attraversarono lo stretto di Bering per stabilirsi nell’Artico e vivere di caccia e di pesca. Tra loro vige il matriarcato: la donna é la più forte, il suo ruolo di comando le è riconosciuto. Il maschio si dedica alla caccia e alla pesca, la donna ordina. Gli inuit non dicono mai “é mia moglie”, ma “é la moglie”, non dicono mio figlio, ma “è il figlio”, ed è così che stigmatizzano in modo eloquente l’assoluta assenza del senso della proprietà così come noi lo intendiamo.
Adesso, a causa del divieto di commerciare gli animali cacciati e pescati, gli inuit si trovano in una situazione di grave pericolo. La caccia alla foca rappresentava il novanta per cento della loro attività, del loro sostentamento. Non poter più cacciarla ha distrutto il loro modus vivendi, li ha spiazzati, privati dell’identità e dell’autosufficienza, quindi della dignità. La sovrana Danimarca, a cui appartengono politicamente, garantisce le abitazioni e fornisce sussidi che permettono al popolo di sopravvivere, ma altro non fa, indifferente alla loro sorte, incurante del fatto che la loro cultura e le loro tradizioni stanno andando incontro a un degrado che probabilmente ne sancirà la scomparsa. Molti inuit sono analfabeti. La disoccupazione è al novanta per cento. I suicidi e l’alcoolismo sono ormai piaghe che appare impossibile guarire. E’ un vero e proprio eccidio di una popolazione mite che chiedeva solo di continuare a sostentarsi nell’unico modo in cui era capace di farlo.

Venticinque anni fa “Green Peace” e il WWF , fermando (giustamente) l’uccisione delle baby foche hanno contribuito a far sì che la caccia della foca nella Groenlandia orientale venisse proibita. Il WWF si è reso conto dell’errore e ha chiesto scusa, “Green Peace” no.
Agli inuit per la caccia è rimasto solo l’orso polare. Scusami, ho dovuto ucciderti, questa é la natura, ho fame, e oggi ti ho ucciso. Da te abbiamo imparato a vivere. Così un cacciatore inuit all’orso morto ai suoi piedi, in uno scenario irreale, in un freddo talmente freddo che ti costringe a farci l’abitudine se non vuoi soccombere. Per l’ottantotto per cento il territorio groenlandese è ricoperto di ghiaccio: l’aria è limpida, l’orizzonte abbagliante, il tempo quasi immobile, la solitudine assoluta. La neve è un elemento sciamanico, immacolata, incontaminata, generosa e crudele. Gli inuit – e oggi anche Peroni – sostengono che è importante farsela amica.
“L’anima non muore, ma passa” affermano gli inuit. Non conoscono la parola futuro. L’uomo ha tante piccole anime. L’anima grande rappresenta il carattere. L’anima è passeggera, passando da un individuo all’altro.

Secondo Peroni c’è ancora molto da esplorare in Groenlandia. E’ lui che spiega che dal colore dei ghiacciai, dallo studio dei vari strati che li formano, è possibile risalire all’età del mondo. E’ lui che chiede pietà – la pietà dei latini, quella che esprime i doveri che gli uomini hanno verso gli altri uomini – per gli inuit. Per salvaguardarli dai mali che li hanno colpiti – l’alcolismo, l’apatia, la depressione – quando l’arroganza occidentale è entrata prepotentemente nelle loro vite semplici di uomini puri.

PER CHI VOLESSE ANDARE DA ROBERT, A TASIILAQ:
Ecoturismo La Casa Rossa, di Robert Peroni, Napparngummut, Tasiilaq, Eastgreenland
tel. +299 981650
office@tuning-greenland.com

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