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Everest, Txikon vivo per miracolo

Alex Txikon è rientrato al base e racconta la storia drammatica di questi ultimi giorni di salita verso colle Sud e rientro al campo base insieme a Norbu e Chhepal seguiti a ruota da Nuri, Furba e Pemba, il gruppo di sherpa che lo accompagna e supporta. Lui sta “tirando” la salita davanti e questo è comunque il segno del desiderio di fare le cose per bene e con rispetto per la montagna. Ma andiamo con ordine.

Nel suo racconto c’è anche la sua eterna frenesia per l’azione, una sorta di iperattivismo adrenalinico che lo proietta sempre in avanti. Gli orari notturni che cita per le partenze tra i vari campi smentiscono, almeno in parte, la strategia adottata con successo lo scorso anno al Nanga Parbat insieme ad Ali Sdpara e Daniele Nardi prima e poi con Simone Moro e Tamara Lunger: allora le partenze erano state previste in orari successivi al sorgere del sole, per evitare l’esposizione prolungata al terribile e logorante freddo notturno.

Alex racconta della sua determinazione, dell’opera di convincimento nei confronti dei suoi compagni nepalesi per far capire loro che quel che stanno facendo non è imprudente, che tutto andrà bene. Ma, come abbiamo raccontato nei giorni scorsi, 60/80 km/h di vento e 45° sottozero sono difficili da gestire anche se il percorso oltre lo Sperone dei Ginevrini è tecnicamente agevole; impossibile poi anche un conforto psicologico dai due compagni al campo base, usare la radio farebbe rischiare il congelamento delle dita.

 

Alla fine raggiungono in 6 Campo 4 a Colle Sud, a 7950. Il resto della storia è fatta di vento e freddo e anche un po’ di orrore. Colle Sud è come un grande imbuto, guardandolo da sud a sinistra c’è la cuspide terminale di 850 metri dell’Everest a desta quella del Lhotse. I venti prevalenti da nord ovest che soffiano a 8000 metri e oltre sbattono sulle due montagne e s’incanalano, aumentando di intensità, nell’imbuto del colle. Quel posto è sempre stato infernale per i venti. Resta poi il fatto, come scrive Txikon, della estrema desolazione del luogo dove rimangono abbandonati resti di tende, bombole, attrezzatura varia e cadaveri. Due ne ha trovati Alex e questo è umanamente traumatico e di difficile comprensione. “Cavolo – scrive Alex – nelle condizioni in cui siamo ti passano tante cose per la testa, una di queste è che puoi finire nello stesso modo”.

Scendere è obbligatorio, tutti hanno drammaticamente freddo e la sensazione è che o si fa qualcosa o si muore. Alle 17,30 inizia la discesa, complicata dall’intorpidimento e la totale insensibilità delle estremità a causa del freddo. Al buio fondo rientrano tutti verso a campo 3.  

Dopo la difficile e dolorosa notte, mentre scendono ancora sulla parete del Lhotse verso campo 2, una scarica di sassi e ghiaccio colpisce il gruppo, Alex scivola, prende velocità, non capisce se il suo moschettone è agganciato bene alla corda, infine dopo 100 metri si blocca, con il respiro che non riesce a compensare. È vivo, ma sa che è stato un miracolo. “Ho colto l’unica possibilità su mille di rimanere vivo”.

Anche gli sherpa sono stati colpiti e Chhepal ha una ferita profonda alla testa e dovrà essere evacuato verso Kathmandu al più presto.

Il rientro al campo base avviene senza ulteriori guai, anche se la stanchezza e il dolore sono le sensazioni prevalenti insieme con la consapevolezza di essere stati molto fortunati.

Quel che accadrà nelle prossime ore e giorni dipenderà dalle decisioni di Alex, dalla sua capacità di ridare carica alla squadra e come sempre dalla fortuna.

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2 Comments

  1. Senza tornare sulle solite polemiche del Nanga, credo che un passaggio fondamentale sia stata proprio la decisione di posticipare di diverse ore l’uscita dalle tende per tentare l’attacco finale, decisione di Moro poco capita inizialmente dagli altri, poi sul resto ognuno ha la sua opinione ed è inutile tornare a parlarne, non credo che in questi casi sia saggio avere “frenesia nell’azione” In ogni caso se la sono vista proprio brutta!

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