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Una spedizione per resitutire la dignità ai morti dell’Everest

Sull’Everest ci sono molti corpi di alpinisti che hanno sognato la vetta, ma non ce l’hanno fatta. Secondo una stima, sono oltre 250 gli alpinisti e sherpa che hanno perso la vita sul tetto del mondo, circa 200 sono i corpi ancora sulla montagna, precipitati nei crepacci, sepolti da valanghe, visibili sui pendii, altri semplicemente spariti. Nonostante i numeri che possono impressionare, il tasso di mortalità è tra i più bassi tra i giganti della terra; a detenere il macabro record l’Annapurna, seguita dal K2. 

Capita anche che i loro corpi siano a volte utilizzati come riferimenti per altre spedizioni, come uno dei cadaveri più famosi, quello di Tsewang Paljor, un alpinista indiano morto a 28 anni nella tempesta del 1996 indossando degli scarponi verdi; se sulla via verso la cima incontri i “green boots” vuol dire che sei sulla strada giusta. Tutto ciò può sembrare cinico, ma ci troviamo a 8000 metri, nella zona della morte, ad una quota dove non ci sono uccelli o altri animali e dove gli elicotteri non volano e le operazioni di recupero dei corpi sono difficoltose e mettono a repentaglio la vita dei soccorritori, che spesso sono sherpa. 

L’alpinista russo Oleg Savchenko ha deciso di rendere onore agli alpinisti ancora sulla montagna. Il progetto prende il nome di “Everest 8.300, Punto di non ritorno” e prevede di avvolgere i corpi di 10-15 alpinisti deceduti per diverse ragioni sul versante tibetano con dei teli appositi, utilizzando il metodo chiamato tecnicamente “encapsulation”, cioè incapsulamento. I teli utilizzati sono capaci di sopportare dai -80 ai +80 gradi e sono resistenti al deterioramento; in questo modo le salme verranno conservate intatte per 100 – 200 anni, dice Oleg. Il nome della spedizione si ispira alla quota di 8.300 metri, dove inizia la death zone e dove la sopravvivenza è più difficile anche per le sole condizioni ambientali, senza contare l’attività alpinistica e i rischi che comporta.

A colpire maggiormente l’alpinista russo fu il caso di David Sharp, morto sulla parete nord nel maggio del 2006 ad un’altitudine superiore agli 8.500 metri. Gli passarono accanto 40 persone, ma aiutarlo voleva dire sacrificare il proprio tentativo di raggiungere la vetta o, addirittura, la propria vita.

Il gruppo, che è partito il 18 aprile e vanta anche 6 esperti alpinisti tra cui Alexander Abramov prevede di utilizzare l’ossigeno dai 7.800 metri. Savchenko si auspica che in futuro questi corpi, avendo a disposizione tecnologie migliori, potranno anche essere portati fino a valle; magari proprio dai loro discendenti.                                  

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1 Comment

  1. Forse converrebbe porre , dentro il telo, degli enzimi decompositori.Il problema e’ solo dei vivi.Forse ai caduti non importa o desiderano restare così.

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