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L'approfondimento, Medicina d'alta quota

Cosa sappiamo dell’Ipossia?

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LAKE LOUISE, Canada — Si è svolto dal 3 all’8 marzo 2015 a Lake Louise nello stato dell’Alberta in Canada l’International Hypoxia Symposia 2015, un importante convegno internazionale che si occupa di ipossia e che viene organizzato ogni due anni. Vi ho partecipato quale membro della Commissione Centrale Medica del Cai. Al convegno erano presenti circa 200 congressisti, mentre una trentina erano i relatori, provenienti da ogni parte del mondo. Parlare di ipossia vuol dire occuparsi dei problemi medici riguardanti lo stare in alta quota, dove la quantità di ossigeno presente nell’atmosfera si riduce man mano che si sale in quota. Così i vari scienziati presenti hanno presentato i loro ultimi studi.

La prima edizione di “Hypoxia” ha avuto luogo a Banff nel lontano1979 ma quasi sempre, negli anni successivi, la sede del convegno è stata Lake Louise.

Nel corso del Convegno E. Huerta ha parlato degli adattamenti e della selezione naturale che è seguita dopo che gli esseri umani si sono spostati dall’Africa, incontrando differenti condizioni ambientali, tra le quali la temperatura, nuovi patogeni e l’alta quota. L’insieme di tutti questi fattori hanno portato a dei cambiamenti importanti tra gli esseri umani, come l’adattamento dei Tibetani all’alta quota. Ciò è accaduto attraverso un incrocio con altre specie umane, con un conseguente più rapido adattamento. Si sono verificati vari meccanismi biologici di adattamento all’alta quota.

Uno studio realizzato a 2860 metri da alcuni ricercatori americani ha evidenziato che soggetti ipertesi hanno dimostrato che in alta quota in trattamento posso registrare un aumento della pressione arteriosa durante il sonno rispetto ai soggetti normotesi. E’ stato segnalato che la significatività clinica dello studio deve essere verificata causa la scarsità dei dati raccolti.

Un gruppo di ricercatori nordamericani ha dimostrato che l’assunzione di melatonina in alta quota determina un miglioramento della capacità cognitiva dell’individuo, una diminuzione della pressione arteriosa, grazie a un effetto di tipo sedativo,antiossidante e vasodilatatorio, che possono contrastare gli effetti negativi dello stare in alta quota, un’utile contromisura di tipo naturale. Alcuni ricercatori del Colorado hanno effettuato uno studio sulla pressione arteriosa in 670 soggetti che si sono recati nella valle del Khumbu in Nepal fino a una quota di 4400 metri. La prevalenza di male acuto di montagna si è rivelata, nei soggetti studiati, più bassa rispetto ai dati raccolti in precedenza, forse a causa della somministrazione di acetazolamide per la profilassi del male acuto di montagna. La pressione arteriosa ha dimostrato in quota variazioni molto soggettive. Non esistono studi rilevanti riguardanti la variazione della pressione arteriosa in alta quota.

E’ stato segnalato il caso di un soggetto di 55 anni, trapiantato di rene, che si è recato a una quota di 4310 m. Nonostante un incremento della pressione arteriosa notturna, il paziente è stato asintomatico, senza avere effetti collaterali negativi a breve termine. Trattandosi di uno studio su di un singolo individuo, sono necessari ulteriori studi su un numero più consistente di soggetti. Alcuni scienziati hanno riferito che l’utilizzo dell’ipossia intermittente può avere effetti benefici nel campo della riabilitazione neuromotoria. E’ stata fatta presente l’importanza del ferro serico nell’andare in alta quota. Un basso livello di ferro serico può favorire la comparsa di un’ ipertensione polmonare e, quindi, di un edema polmonare d’alta quota.

Il medico statunitense E. Swenson ha parlato dei farmaci da utilizzare in caso di male acuto di montagna. La terapia e la prevenzione del male acuto di montagna si basano sempre sull’utilizzo dell’acetazolamide, un inibitore dell’anidrasi carbonica, su corticosteroidi ( dexametasone) sui farmaci vasodilatatori polmonari che inibiscono la vasocortsizione polmonare causata dall’ipossia e sui beta-2 agonisti adrenergici.

Il medico alaskano K. Zafren ha presentato uno studio riguardante l’incidenza del male acuto di montagna in un gruppo di pellegrini che si sono recati al Gusaikunda Lake in Himalaya a 4380 m. di quota. Tra i 769 pellegrini studiati 86 hanno sofferto di male di testa, 226 di male acuto di montagna, e 11 di edema cerebrale d’alta quota. Non si sono verificati casi di edema polmonare d’alta quota. Lo studio è stato effettuato in collaborazione con l’ Himalayan Rescue Association.

Interessante uno studio effettuato su i trekkers che hanno frequentato la valle del Khumbu ai piedi dell’Everest in Nepal tra i mesi di ottobre e novembre 2014 a 2860 metri di quota a Lukla. Sono stati studiati 670 individui, 595 maschi (18-76 anni di età), provenienti da 38 nazioni. Si è rilevato che si tratta di una popolazione piuttosto vecchia, affetta da patologie varie (ipertensione, ipercolesterolemia, cefalea, disfunzioni della tiroide, asma, cardiopatie, diabete mellito), che necessita di farmaci. A volte si tratta di individui poco allenati, con problemi medici, e che assumono vari tipi di farmaci. Tali situazioni comportano problemi a guide, medici di spedizione e medici locali.

Il gruppo di medici francesi appartenenti all’Iffremont di Chamonix ha presentato un lavoro scientifico sulla “suspension syndrome”, un protocollo internazionale realizzato da E. Cauchy per il trattamento dei congelamenti e un progetto sperimentale riguardante l’utilizzo della Telemedicina nel corso di spedizioni alpinistiche, con un caso di edema polmonare verificatosi in un alpinista francese nel corso dell’ascensione del Ratnashuli a 4800 metri. di quota, un caso di emorragie alla retina di un alpinista svizzero a 7000 m. di quota nel corso della salita al Cho Oyu (Nepal) e, per finire, un caso di infarto del miocardio al campo base del Mustagh Ata (Cina), e un caso di congelamento grave nel corso di una spedizione polare. Si tratta di un Call Center SOS-MAM.

Hanno partecipato quali ospiti di rilievo Tom Hornbein, medico americano di Seattle, studioso della fisiologia umana e della performance in alta quota. Con il compagno Willi Unsoeld raggiunse la vetta dell’Everest nel 1963 salendo dalla cresta Ovest, membro di una spedizione alpinistica americana. Il medico alpinista diede il nome al couloir Hornbein. La grande impresa appartiene agli annali dell’alpinismo.

L’altro personaggio di spicco il fisiologo John West, nato in Australia nel 1928, noto per i suoi studi effettuati sulla fisiologia respiratoria. Partecipò quale fisiologo alla spedizione all’Everest organizzata da Sir Edmund Hillary nel 1960-61. Vent’anni più tardi diresse, nel 1981, una spedizione scientifica americana all’Everest. Fu presidente dell’American Physiological Society negli anni 1984-1985. West è ancora una figura di spicco e un grande riferimento nel campo della fisiologia d’alta quota a livello internazionale.

 

Giancelso Agazzi

 

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