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Marco Zaffaroni racconta il terremoto: "come bandiere, attaccati alle piccozze"

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CAMPO BASE EVEREST, Nepal — “Quando è arrivata la scossa eravamo a campo 1, 6000 metri. Abbiamo fatto in tempo ad uscire al volo dalla tenda, ero senza scarponi. Poco dopo le valanghe. Lo spostamento d’aria ha investito anche noi. Ci ha spaccato la tenda. Noi ci siamo tenuti con la picca, sventolavamo letteralmente”. Così Marco Zaffaroni, alpinista milanese di 53 anni, racconta i terribili momenti vissuti la mattina del 25 aprile quando il terremoto di magnitudo 7.9 ha sconvolto il Nepal. Zaffaroni si trovava in Himalaya con Roberto Boscato per salire l’Everest. Ecco l’intervista che gli abbiamo fatto poco fa.

Marco, come stai?
Adesso sono “in branda” qui al campo base. Siamo tranquilli. Oddio “tranquilli” è relativo, siamo consapevoli di essere stati davvero fortunati. Domani raccogliamo le nostre “carabattole” e prepariamo i bidoni per scendere a Lukla e rientrare a casa.

Dove eravate quando è arrivato il terremoto?
Eravamo a campo 1, eravamo appena arrivati. Quando è venuta la scossa di terremoto abbiamo fatto in tempo ad uscire al volo dalla tenda per vedere cosa stava succedendo. Ero anche senza scarponi. Nel giro di 10 secondi tremava tutto e abbiamo capito che non erano botte di assestamento del ghiacciaio. Poco dopo le valanghe. Lo spostamento d’aria ha investito anche noi, ci ha spaccato la tenda. Noi ci siamo tenuti con la picca, sventolavamo in pratica, e per fortuna non ci siamo fatti niente. A campo 2 invece so che qualcuno si è fatto male. Poi ci hanno ospitato nelle tende di una commerciale e lì siamo rimasti fino a stamattina.

Com’è la situazione al Base?
Adesso stanno tutti smantellando i propri accampamenti. Il governo da quello che ho capito ha ordinato di evacuare il campo. Un medico che è passato di qui mi ha parlato di 15 morti al campo base, ma so che i numeri ufficiali parlano di 22. Non ho notizie più precise, qui è tutto confuso. So più da voi in italia che dalle persone che ci sono qui. E’ tutto surreale, sembra di vivere in un film.

Com’era lo stato d’animo?
Abbiamo avuto paura, non lo nego. Per il calcolo delle probabilità essere sorpresi a 6000 metri da un terremoto non è il massimo. E invece è morto chi stava tranquillamente mangiando nella sua tenda a campo base. Quando abbiamo saputo il disastro nel resto del Paese abbiamo capito quanto siamo stati fortunati. E’ stata dura anche restare lassù per due giorni con l’unica speranza che arrivasse l’elicottero a prenderci. Ma l’Icefall era totalmente impraticabile, non potevamo scendere. Era impossibile, ci ha provato un americano con due sherpa ma è tornato indietro subito.

Hai notizie di come sia la situazione in valle?
Sembra ci sia molta confusione però in qualche maniera a Lukla arriveremo, al massimo ci accamperemo fuori per un paio di notti.

Quali pensieri dopo questa terribile esperienza?
Sinceramente per tutti i morti che ci sono stati mi viene un nodo alla gola. Ma se non fosse per questa tragedia, sono sincero la prenderemmo con una risata: siamo contenti di essere vivi. Ma siamo circondati da gente che ha problemi enormi. Ora l’unico pensiero è tornare a casa.

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