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Chiudono le spedizioni in Nepal, gli alpinisti lasciano gli 8000

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KATHMANDU, Nepal – Quasi tutte le spedizioni sugli 8000 hanno deciso di tornare a casa. Lo riferiscono gli stessi alpinisti dai loro siti o dalle pagine facebook. Tra loro ci sono anche gli italiani: Marco Confortola è arrivato ieri a Dorban a 2.500 metri; Mario Vielmo, Annalisa Fioretti, Sebastiano Valentini e Marco Sala poche ore fa erano a Thiengboche.

La rinuncia a proseguire con la spedizione viene motivata dai team con diverse ragioni, che hanno a che fare per lo più con il rispetto per un Paese in ginocchio e per gli sherpa. Così per esempio Adrian Hayes che dal Makalu fa sapere che tutti e 7 i team ai piedi della montagna (circa una trentina di persone) hanno deciso di tornare a casa.

“I fattori e le ragioni sono diverse – scrive l’inglese -, in primo luogo relative alla morale e all’etica che c’è nel continuare la scalata mentre così tanta devastazione si è verificata nel Paese, e il rispetto per i desideri dei nostri sherpa, alcune famiglie dei quali sono state colpite. Chiaramente per tutti noi che abbiamo messo tanto tempo, energia e soldi nella spedizione è una grande delusione. Per me, che avevo un doppio obiettivo e che dopo il Makalu volevo andare al Lhotse, cancellato perché condivide il campo base con l’Everest, è addirittura una doppia delusione. Ma passa totalmente in secondo piano nel momento in cui la si mette in prospettiva e si considera la tragedia del Nepal. È solo una montagna dopo tutto. E tutto succede per una ragione…”.

Anche gli alpinisti tedeschi Alix von Melle e Luis Stitzinger impegnati sul versante tibetano dell’Everest hanno comunicato la decisione di tornare a casa in segno di rispetto verso gli sherpa, ancor prima che la Cina decidesse di cancellare tutte le spedizioni sulla montagna. “Non vogliamo essere noi – scrivevano già alcuni giorni fa – la ragione che blocca qui aiuti, cuochi e sherpa nepalesi, senza che abbiano la possibilità di tornare dalle loro famiglie. Continuare la spedizione non ci sembra opportuno viste le circostanze, anche un’eventuale cima risulterebbe vuota e priva di senso. Non ci darebbe alcuna gioia”.

Per le spedizioni presenti sul lato tibetano dell’Everest si pone però il problema del rientro dal momento che la strada di collegamento tra Tibet e Nepal è andata distrutta. Stando a Explorersweb probabilmente gli alpinisti saranno costretti a ripartire da Lhasa.

Mario Vielmo, Annalisa Fioretti, Marco Sala e Sebastiano Valentini hanno lasciato la Piramide EvK2Cnr a 5050 metri di quota, alle pendici dell’Everest e si sono messi in cammino. Come si legge sulla pagina facebook del blog della Fioretti “A 8000 metri ed oltre” il gruppo è passato oggi da Thiengboche. “Il bellissimo monastero è gravemente danneggiato – si legge -, ma i monaci riferiscono che fortunatamente non ci sono state vittime. Più si scende più si incontrano distruzioni”.

Anche Marco Confortola è impegnato in un disagevole trekking di ritorno, per via delle frane e dei danni verificatisi sul percorso. Ieri l’alpinista di Santa Caterina Valfurva è arrivato a Dorban a 2.500 metri: “ci sono delle abitazioni che sono rimaste in piedi e sono persino riusciti a darsi una rinfrescata – informava il suo staff dalla pagina facebook -. Hanno camminato quasi 10 ore! In questo paesino, ci sono solo persone del luogo e stanno tutti bene. Ci sono evidenti danni del terremoto ma a livello di natura e non di persone”. Nella prima parte del trekking dal campo base del Dhaulagiri (posto a 4750 metri) al primo villaggio passando dal Camp Italy (3600 metri) hanno trovato strade e ponti distrutti e in alcuni casi impraticabili.

Anche su gli altri 8000 la stagione alpinistica è finita e gli alpinisti stanno lasciando i campi base per rientrare a casa. Secondo Explorersweb stanno andando via tutti dal Cho Oyu e dallo Shisha Pangma, mentre all’Annapurna i team sarebbero bloccati al campo base con seri problemi a percorrere la via del rientro. Alcune spedizioni, come quella del canadese Al Hancock, avrebbero richiesto l’intervento dell’elicottero, altre invece hanno intenzioni di rientrare con le loro gambe. Così lo statunitense Alex Barber che vorrebbe unirsi agli uomini delle Nazioni Unite per partecipare alle operazioni di soccorso.

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