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Piergiorgio Rosati dal Nepal: centinaia di paesi rasi al suolo, c’è tanto da fare

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KATHMANDU, Nepal – “Dopo l’ultima scossa purtroppo alcuni paesi sono stati devastati: centinaia e centinaia sono stati completamente rasi al suolo. Però i nepalesi ripartono, sono una popolazione incredibile: li vedi già prendere i mattoni, raccogliere il legname, si danno tanto da fare. Solo che il lavoro è infinito. Si lavora tantissimo. Continuiamo a portare cibo alla popolazione, si inizia alle 6 a volare si torna alle 7 alla sera”. Sono le parole di Piergiorgio Rosati, il pilota italiano impegnato in Nepal nelle operazioni di soccorso dopo i catastrofici terremoti che hanno messo in ginocchio il Paese. Lo abbiamo raggiunto al telefono e ci siamo fatti raccontare da lui qual è la situazione.

Piergiorgio, come va?
Si lavora tantissimo. Continuiamo a portare cibo alla popolazione, recuperiamo ancora qualche corpo, pochi devo dire adesso. Dopo l’ultima scossa purtroppo alcuni paesi sono stati devastati, flagellati. Per esempio Charikot, la parte a est di Kathmandu è stata completamente martellata: ci sono centinaia e centinaia di paesi completamente rasi al suolo. Però loro ripartono, sono una popolazione incredibile: li vedi già prendere i mattoni sporchi, ripulirli, raccogliere il legname, si danno tanto da fare. Solo che il lavoro è infinito. Dopo la scossa di martedì nelle città tutto è chiuso di nuovo, è complicato. La gente dorme in macchina o nelle tende, quando arriva anche una piccola scossa fai dei salti…poi in case come queste, che non sono costruite come le nostre, dormi vestito, con la porta aperta pronto ad uscire. Si dorme pochissimo, e questo è molto stancante, si inizia alle 6 a volare si torna alle 7 alla sera. Facciamo 10 o 11 ore di volo, il che è molto impegnativo, anche per le vibrazioni che prendi con tante ore sull’elicottero.

In che zona stai lavorando?
Non c’è una zona precisa. Ogni sera mi chiamano e mi dicono, domani mattina alle 6 vai in quel posto, poi il giorno dopo magari cambia il programma. Giovedì ho lavorato tutto il giorno nella valle tra Gorkha, 60 km a ovest di Kathmandu, verso nord: è una valle molto lunga con pendii molto ripidi, quindi ci sono state tantissime frane che hanno chiuso le vie d’accesso, per cui portiamo continuamente riso e tornando indietro carichiamo persone che non stanno bene e chiedono di andare in un posto con un ospedale. Mercoledì ero vicino al Makalu, il giorno prima al Manaslu. Sono stato all’Annapurna e al Dhaulagiri dove ho portato via i materiali delle spedizioni come quella di Carlos Soria e di Marco Confortola. Sono rimasti tantissimi materiali e quando hai una mezza giornata ti dedichi anche a quello, ma chiaramente in seconda battuta. Martedì, dopo la seconda forte scossa il governo ha di nuovo fermato tutti gli elicotteri, per cui tutti noi piloti eravamo nel piazzale pronti a partire, fermi ad aspettare. Poi ogni compagnia ha dato un elicottero al governo in modo che potesse utilizzarla come voleva e sono stati impiegati per lo più nella zona di Charikot, proprio sulla strada per andare a Lukla.

Ecco le spedizioni alpinistiche ormai sono tutte andate via..
Sì, hanno tutte rinunciato, e forse è un peccato. Magari poteva essere la maniera per andare avanti, per farsi dare una mano, riaprire le strade, dare lavoro e soldi agli sherpa. Da un lato capisco le spedizioni, che si dicono: cosa vuoi andare a salire una montagna con questa situazione di morte, di distruzione tutto intorno. Sebbene in montagna non si veda questa cosa. Il dato effettivo è che ha fatto un pessimo aprile, maggio non era un granché, per cui probabilmente pochi sarebbero riusciti a portare a casa un risultato. Pare sia stata una stagione tra le peggiori degli ultimi anni, ha nevicato tantissimo per cui era una situazione sicuramente più difficile rispetto ad altri anni.

Frane sulle montagne nepalesi (foto Piergiorgio Rosati facebook)
Frane sulle montagne nepalesi (foto Piergiorgio Rosati facebook)

Quando è arrivata l’ultima forte scossa tu eri in volo?
Sì, ho fatto anche delle foto in cui vedi del fumo nella valle, fumo marroncino. Non è fumo di nuvola bianca, sono le frane. Mentre volavo ho visto una frana, poi ne ho vista una seconda, una terza, una quarta e mi sono chiesto: che diavolo sta succedendo? Ero in una valle molto stretta e il terremoto ha fatto partire moltissime frane. È venuto giù il finimondo. Sono stato attento a schivarle, perché al motore non fa bene quel tipo di aria. Volavo a zig zag per evitare i fumi delle varie frane. Certo, gli aftershock sono molto probabili, le scosse continuano per mesi, però nessuno si aspettava un’altra scossa così violenta.

Anche tu avevi già in programma di partire per il Nepal, non hai deciso dopo il terremoto?
No, esattamente come Maurizio (Folini), dovevamo partire il 26 aprile: il 25 è arrivata la prima scossa, il 26 siamo partiti e il 27 abbiamo iniziato a lavorare. Ho visto e vissuto delle immagini davvero molto forti. Da subito sono andato a lavorare in Langtang che è stata forse la zona più distrutta dal terremoto, e dopo aver visto scene di quel tipo dopo fai fatica a dormire, e non solo per le scosse.

Quando torni in Italia?
Io torno il 24. Avevo il volo in programma per quel giorno per cui è inutile tornare prima. È vero che di solito vengo qui ad addestrare i piloti per l’alta quota, a volare sull’Everest e questo tipo di attività che in questo momento non c’è più. Però non qui c’è tanto da fare, si lavora talmente tanto, e la gente continua a ringraziarti per l’aiuto che gli stai dando, che finché posso, finché mi lasciano dal lavoro, di sicuro sto qua.

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