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Falesie “mordi e fuggi”: ai giovani interessa ad aprirle e chiodarle? Intervista a Delfino Formenti

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LECCO — Delfino Formenti, 57 anni, è uno dei nomi storici delle falesie lecchesi. Nasce alpinista, ma presto passa dagli scarponi alle scarpette d’arrampicata, ma senza fermarsi a ripetere percorsi noti: si dedica dagli anni 80 ad aprire falesie, e a mantenerle. Ieri sera nell’ambito della serata dedicata alle Falesie Lecchesi della manifestazione “Monti Sorgenti”, ha ricevuto un riconoscimento da parte della Comunità Montana Lario Orientale dalle mani del Presidente Carlo Greppi per la lunga e preziosa attività svolta sulle falesie e per il territorio.

Ha chiodato oltre 500 tiri di corda, portando le falesie lecchesi ad un livello che oggi ha pochi paragoni. Grazie a Formenti e ad Alessandro Ronchi, che invece di dedicarsi al grado hanno creato veri e propri centri di arrampicata frequentabili anche dai “no big”,  negli anni ’90 è arrivata l’esplosione dell’arrampicata sportiva nel lecchese come fenomeno di massa. Ma oggi, questa attività ha futuro? Ai giovani interessa ancora aprire falesie? L’impressione è che il lavoro che sta dietro la chiodatura di una nuova falesia spaventi. O che peggio non interessi per nulla. Eppure, “la soddisfazione di vedere gli altri che si divertono su qualcosa che hai creato tu non ha paragoni” racconta Formenti.

Delfino Formenti è uno dei volti del film “Prese Libere” di Nicoletta Favaron, prodotto dal Cai Lecco e proiettato per la prima volta ieri sera all’interno della manifestazione Monti Sorgenti. Un film che racconta l’incontro in falesia di vecchie e nuove generazioni.

Delfino, che importanza ha questa pellicola?
Quella di trasmettere tutto ciò che stato fatto, la realtà del nostro territorio: le falesie, l’arrampicata sportiva, un patrimonio che rimarrà anche per gli altri in futuro. Abbiamo un patrimonio da non perdere: la realtà del lecchese e che  non ha niente da invidiare a luoghi piu celebri come Arco. Però se ne parla poco. E soprattutto, non vedo interesse nei giovani ad aprire o curare le falesie: il “sacrificio” di creare questo patrimonio è stato fatto da poche persone e non c’è ricambio generazionale. Per fortuna da un po’ gli enti si sono accorti di questo valore.

Se ne dovrebbe parlare di piu?

Sì. Il nostro territorio andrebbe promosso un po’ di più. Lecco è molto legata all’alpinismo ma l’arrampicata sportiva fa parte ormai della sua storia: è dagli anni 80 che ci lavoriamo e c’è un patrimonio che non va lasciato andare. Non si è mai parlato a fondo dell’arrampicata sportiva ma ormai sono quasi 30 anni che c’è e la gente gira nelle falesie, si vede. L’arrampicata è bella, la vivi, stai in giro tutto il giorno, in un ambiente sano.

Quante falesie hai aperto?
Più di mille. Io ho aperto 18 settori, vuol dire falesie minori, e pareti grandi come la Stoppani con vie di più tiri, ho chiodato più di 500 tiri. Chiodati e richiodati perché mi preoccupo anche della manutenzione delle falesie che ho aperto io. Ripercorro, controllo i moschettoni delle soste, le piastrine, se si sono allentati i dadi,  sostituisco pezzi o i moschettoni usurati.

Quando hai iniziato?
Ho cominciato nel 79 con l’alpinismo classico, ho iniziato con gli scarponi. Era il periodo in cui nascevano le scarpette e ho seguito l’evoluzione. Ho praticato un po’ di anni l’alpinismo però ero più orientato sull’arrampicata sportiva: giravo molto Finale, la Francia, Arco. E’ scattato qualcosa in me nell’86 e mi son chiesto come mai qui a Lecco dove c’è un territorio pieno di pareti non c’è niente, nessuna falesia? Ho iniziato ad attrezzarle e non mi sono più fermato perché è una cosa che ti appassiona.

 

Adesso è dal 2013 che sono qui in Parete Stoppani. A fare manutenzione. Sono riuscito a tirar fuori 30 tiri nuovi, ho riattrezzato 90 tiri e sono venuto su 80 volte. Questo te lo fa fare la passione. Uno a cui interessa solo arrampicare non fa quello che ho fatto io. Viene, arrampica e basta. Io giro in falesia e li sento parlare, è tutto un altro mondo. Ma speriamo che prima o poi venga fuori qualcuno interessato anche al “dietro le quinte”, al lavoro di attrezzare le falesie.

Dicevi che ai giovani oggi non interessa?
Non molto, almeno per ciò che vedo io. Loro vanno ad arrampicare ma non si chiedono cosa c’è dietro tutto questo. Per loro conta solo andare e fare il tiro. Non si chiedono perché c’è una protezione qui o una sosta la, come è stato pulito il tiro, il sacrificio fatto da chi ha attrezzato. Per quello che ho riscontrato io è così.

Come mai?
Probabilmente perché io ho una base dietro, vengo dall’alpinismo. Per giovani di oggi arrampicare è come andare al bar o giocare al pallone. Niente di male in queste cose, è per dire che vanno per diverirsi quel momento e poi basta. Non ho mai visto un giovane che sia venuto a chiedermi “orca mi piacerebbe andare ad attrezzare la parete, o solo un tiro”. Ovviamente perché c’è fatica e sacrificio. Mai nessuno che abbia nemmeno chiesto “come hai fatto a mettere quel chiodo lì o a pensare questo tiro”. Mi sembra che non gli interessi. Pensano solo a risolvere il tiro, al grado. Ma ci vuole anche rispetto per il posto e l’ambiente. E questo lo dico a tutti: bisogna avere attenzione, molti arrivano lasciano in giro spazzatura. E’ un uso e consumo che non mi piace.

Questo film può cambiare le cose?
Il film dovrebbe cercare di trasmettere questo messaggio e magari farà venir voglia a qualcuno di aprire falesie. C’è una storia da raccontare, con i personaggi che hanno fatto l’arrampicata sportiva nel lecchese. Ma finora non l’aveva fatto nessuno, ci sono state soltanto guide delle vie.

Chi sono i protagonisti delle falesie lecchesi?
Quello che ha iniziato è Marco Ballerini, è stato lui il promotore. Poi sono arrivati Stefano Alippi, Norberto Riva. Poi ci sono io, c’è Stefano Ronchi, in Valsassina Pietro Buzzoni, poi c’è Paolo Vitali. Per citarne solo alcuni. Ma è la mia generazione. Non c’è stato un ricambio. Io vado avanti perché è la mia passione. Per seguirla devi rinunciare ad arrampicare e a divertirti per aprire la via, ma la mia soddisfazione è vedere gli altri che si divertono sulla via che ho aperto. E’ una soddisfazione grande. Una cosa che ti prende e ci tieni. Perché l’hai fatta tu, creata tu. Spero che a qualcuno venga voglia di provare.

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