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L'approfondimento, Medicina d'alta quota

“Grave incidente in quota: come affrontarlo”, il convegno di Trento

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TRENTO – Si è tenuto il 9 maggio scorso a Trento il convegno “Grave incidente in quota: come affrontarlo”. Si è trattato del Convegno Nazionale che la Società Italiana di Medicina di Montagna è solita organizzare ogni anno in occasione del Trento Film Festival. Il convegno ha avuto come sede la sala della Fondazione Bruno Keller.

La prima sessione del Convegno è stata moderata da Antonella Bergamo e da Guido Giardini. Sergio Valentini del Soccorso Alpino trentino è stato il primo relatore. La sua presentazione ha trattato l’incidente in valanga accaduto il 26 dicembre 2009 nel corso del quale scomparvero due ragazzi. Nel corso dell’intervento di soccorso ben quattro soccorritori sono morti e lo stesso Valentini è rimasto sepolto dalla neve e estratto dalla massa nevosa appena in tempo. Valentini ha raccontato la tragica esperienza, parlando delle condizioni in cui si è trovato, del trasporto in ospedale a Trento e della tragica scomparsa dei quattro compagni soccorritori. Ha descritto le proprie emozioni, vissute in quegli attimi terribili, lo stato confusionale in cui si trovava e il rumore della pala del soccorritore che lo ha trovato e disseppellito. Ma il momento più difficile è venuto dopo, con l’incontro dei parenti e degli amici delle quattro vittime. Alcuni di loro non sono riusciti a superare lo stato di shock. La vita continua, ma il superare simili prove rappresenta qualcosa di molto difficile, qualcosa che può segnare un individuo per tutta la sua esistenza.

E’ seguito l’interevento del medico anestesista-rianimatore di Trento Alberto Mattedi, che ha voluto sottolineare i tre fattori fondamentali nel soccorso: la rapidità dell’intervento (entro dieci minuti), la stabilizzazione della vittime e il trasporto in ospedale per le cure necessarie. E’ essenziale il “feeling” tra i piloti e tra l’equipe di emergenza : il tecnico di volo, il medico, l’infermiere. Serve assolutamente un grande affiatamento, soprattutto di fronte a pazienti critici, quelli che un tempo morivano. Ora le condizioni sono cambiate, l’intervento avviene molto più in fretta, con migliori risultati. Tutti i pazienti vengono soccorsi in modo adeguato, infatti. Si è verificato un cambiamento anche nella tipologia degli incidenti. Più numerosi sono i traumi da sport estremi, maggiori gli interventi per patologie cardiovascolari. Anche gli incidenti più banali sono aumentati, come la scivolata su sentiero. Gli interventi in inverno per traumi causati dallo sci alpino non sono, invece, aumentati. Comunque non tutti gli incidenti sono critici, per fortuna lo sono solo il 5%. A volte l’intervento di soccorso presenta difficoltà nell’individuare il paziente. Occorre segnalare accuratamente alla Centrale Operativa ogni particolare, segnalando l’esatta posizione e dando le giuste informazioni, altrimenti si perde tempo prezioso.

E’seguito l’intervento di Adriano Alimonta del CNSAS di Madonna di Campiglio, che ha parlato dell’operatività del Soccorso Alpino dela sua zona.

Il giudice Carlo Ancona ha, invece, parlato dei delicati aspetti giuridici dell’intervento di emergenza in montagna. Ha parlato della responsabilità di chi accompagna in montagna, per esempio, sui sentieri. Fino a dove serve che i soccorritori vadano incontro a rischi durante un soccorso in montagna? Quanto l’infortunato può essere responsabile? Ogni caso va valutato attentamente ed è diverso dagli altri. Serve applicare linee-guida e seguire buone pratiche, accreditate dalla comunità scientifica. Si parla di colpa grave solo quando vengono violate le nome basilari. Occorre fare il possibile affinché l’accompagnato in montagna non si faccia male. Esiste un rapporto pregresso tra colui che accompagna e colui che è accompagnato. Ogni caso è un’entità da valutare a parte. Ci si chiede quando l’infortunato possa essere ritenuto responsabile di un incidente in montagna. Ancona ha accennato alla legge Balduzzi, che riguarda la responsabilità penale in montagna. E’ seguita la proiezione di una video-intervista al pilota di elicottero valtellinese Maurizio Follini, che è stato in missione in Nepal. Follini ha affermato che ai nostri giorni i voli di soccorso arrivano fino a seimila metri di quota. Ma Follini ha effettuato con successo in long-line e in hovering un intervento di soccorso a 7800 metri di quota in prossimità delle Fasce gialle sul versante Sud dell’Everest. Molto si è fatto, ma molto rimane da fare. In futuro ci saranno elicotteri certificati per quote maggiori, grazie al progredire della tecnologia. In Nepal gli elicotteri sono sempre medicalizzati, con a bordo sherpa e tecnico del soccorso.

La seconda sessione del Convegno è stata moderata da Marco Cavana , anestesista-rianimatore di Trento e da Luigi Festi, Presidente della Commissione Centrale Medica del CAI e direttore del Master di Medicina di Montagna dell’Università dell’Insubria di Varese..

Silvio Mondinelli, alpinista bresciano, ha parlato della sua esperienza in montagna, in alta quota. Ha detto di aver avuto molta fortuna nel corso della sua vita. Sei volte è stato, infatti, travolto da una valanga e sei volte si è salvato. Mondinelli ha affermato che ben 63 dei suoi compagni sono morti in montagna, giusto per far presente l’alto rischio affrontato da ogni alpinista. Ha iniziato ad andare in montagna a 18 anni in Trentino. Non ama parlare dei suoi soccorsi, effettuati in molti anni di militanza nel C.N.S.A.S..

E’ seguita la relazione di Paolo Di Benedetto, psichiatra di Rieti, membro della Commissione Centrale Medica del CAI. La morte è qualcosa di inguardabile, alla quale non ci possiamo, comunque, sottrarre. Di Benedetto ha parlato dell’adattamento psicologico nel gestire un momento difficile, quale è un soccorso in montagna. I soccorritori devono essere aiutati nell’affrontare le fasi di un soccorso in montagna. Si tratta di una categoria di persone con una soglia di tolleranza allo stress più alta rispetto a quella della popolazione media, anche con una migliore consapevolezza. Importante, comunque, é definire i ruoli. Fondamentale la formazione del soccorritore.

Hans Selye, medico austroungarico, seguace di Freud, nel 1936 a Montreal alla “McGill University” ha coniato il termine stress, in seguito a studi scientifici realizzati sui topi. Lo psichiatra individuò la “risposta non specifica dell’organismo a uno stimolo negativo”, noto anche come “stressor”. Nacque così la disciplina fisiologica dello stress. Lo psichiatra di Rieti ha parlato di questo particolare stato di tensione tipico della materia vivente, che coinvolge in particolar modo il sistema endocrino. Di Benedetto ha parlato di “stress benefico” (eustress) e di “stress patologico” (distress). Nell’organismo umano si creano effetti causati da stimoli esterni, in una grande complessità di eventi. Molteplici sono le cause dello stress. Si assiste, nel corso di un intervento di soccorso in montagna, ad una fase cosiddetta di allarme, una fase di mobilitazione, una fase di azione e , infine, ad una fase del lasciarsi andare, quella conclusiva, il momento più delicato. Notevole è la pressione emotiva cui è sottoposto un soccorritore. La fase di allarme si verifica in seguito alla comunicazione di un evento critico ( effetti organici e psicologici). Si tratta di una fase di impatto importante. La fase di azione è quella nel corso della quale si deve agire, cercando di dissolvere la tensione. Occorre assolutamente intervenire, controllando le emozioni. Si assiste a momenti di gratificazione e di euforia, o di profonda delusione. Sono preponderanti gli aspetti psicologici. La fase conclusiva è quella del ritorno alla routine, quella del silenzio, nel corso della quale l’intenso carico emotivo è stato represso.

In seguito a tutto ciò possono verificarsi nel tempo il cosiddetto “disturbo post-traumatico da stress” ( immediato, sintomi intrusivi) il “disturbo acuto da stress”, che compare, in genere, entro le prime quattro settimane dall’incidente.

A fronte di tutte codeste dinamiche, occorre prevenire e curare, ricorrendo a strategie di inserimento psico-terapeutico e a strategie di carattere generale, attraverso il “defusing” e il “debriefing”, esternando emozioni e confrontandosi con gli altri. Mai trascurare se stessi, nulla vale più della nostra vita e di quella degli altri. Sempre più attenti a non trascurare la nostra vita. Esistono fattori di rischio per i soccorritori legati all’organizzazione, per esempio ai ritmi di lavoro eccessivi. Occorrono un’adeguata prevenzione e una cura adatta con strategie di intervento psicoterapeutico o di carattere generale.

La dr.ssa Lucia Galvagni ha, infine, parlato dell’etica del soccorso in montagna, parlando del senso del giusto, del corretto e del bello. Ha parlato dell’adeguatezza della modalità di azione. Importante si rivela avere strumenti idonei per poter riflettere, per potersi porre al riparo dal senso di vuoto e dal senso di vertigine. Esistono numerosi e differenti riferimenti morali. L’etica non vuole essere solo normativa o prescrittiva, ma anche esistenziale, rimandando al significato del nostro agire. Occorre fare appello alla cautela, considerando i rischi cui si può andare incontro. Vi sono contesti diversi e criteri diversi, con variazione di benefici e di rischi. Esiste un “cerchio morale”?

Gege Agazzi
Commissione medica Cai di Bergamo

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