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Editoriali, L'approfondimento

Da Polenza: “Everest”, una montagna non ancora dominata. E il film lo fa ben capire

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La montagna, quella d’alta quota, conferma ancora una volta di essere una delle ambientazioni più difficili per il cinema. Ma “Everest”, tratto da “Aria Sottile”, il saggio di Jon Krakauer, giornalista sopravvissuto alla spedizione del 1996 in cui morirono otto persone, probabilmente è il migliore film che un buon regista poteva realizzare: Baltasar Kormákur, che di natura si intende e la sa fotografare. E che sa riprendere gli uomini e le loro emozioni.

Un film nato e prodotto a Hollywood. Certo una natura dai grandi e spettacolari scenari, mossa dal vento e dalla neve che corre lungo i fianchi delle montagne e sulle creste. Una natura delle valli e dei villaggi e della gente della regione del Khumbu; tutto totalmente credibile fino al campo base, un po’ meno in alta quota, se non nelle spettacolari panoramiche. Anche quando si tratta di singoli uomini e donne succede la stessa cosa. Lassù oltre il Campo Base la camminata, la respirazione, l’atteggiamento e i colloqui e anche l’equipaggiamento, talvolta – non spesso – sono un po’ finti. Mancano di aderenza alla realtà di sicuro molto specifica dell’alta quota, che solo chi c’è stato e ne ha una buona esperienza, sa e riconosce.

Giampietro Verza era alla Piramide e conosceva Rob Hall perché era passato da lì anche quell’anno e Peter, fanatico di tutto ciò che trasmette parole nell’etere, si fece dare le sue frequenze radio: non si sa mai da quelle parti. Mi avvertì più volte dell’affollamento, di quello che pericolosamente accadeva, del tempo instabile in quella stagione. Poi il tremendo epilogo. Pensai a quel che era accaduto; non c’era dubbio che furono la montagna e la natura i protagonisti e che gli uomini in quel caso furono tragiche comparse: subito si capì che avevano forzato un delicato sistema fatto di condizioni di salute e forma, di meteo, di capacità tecnica, di buona organizzazione. Rob, con il suo amico neozelandese Fisher, altro capo di una spedizione commerciale, avevano, dopo alcuni anni di buoni risultati, invertito i termini e pensato che l’organizzazione fosse al primo posto. Non amo e credo di detestare le spedizioni commerciali, trovo che i rischi siano grandi per gli alpinisti e certi per le montagne di trovarsi declassate a luna park. Credo che per renderle sicure sia necessario dotarle di sistemi logistici e organizzativi sempre più sofisticati e complessi e questo a detrimento del valore sportivo e alpinistico delle salite in vetta e della potenza dell’immagine – qualunque essa sia, estetica, spirituale, culturale o semplicemente, si fa per dire, naturale – che le montagne rappresentano per gli uomini.

Ma “Everest”, che non è un documentario e nemmeno un film giocattolo, non esprime giudizi sulle spedizioni commerciali, racconta “solo” una storia. E che storia. A mio parere lo fa abbastanza bene, e in ogni caso porta il pubblico dentro l’avventura di uomini diversamente ambiziosi e motivati a salire sul tetto del mondo. Meglio di ogni altro film di alpinismo che conosca.
Bravo e quasi sempre credibile Jason Clarke alias Rob Hall e ancor più Jake Gyllenhaal, Scott Fisher.

Invece si doveva riconoscere agli sherpa, quasi assenti, un ruolo decisamente più determinante nella storia, come avvenne nella realtà, anche pensando che sono loro e le loro agenzie che hanno ereditato e oggi esercitano quasi in esclusiva il mestiere di Rob e Scott.

Anche considerando che in questi ultimi due anni l’Everest ha di nuovo alzato gli scudi, che molti uomini che lì lavoravano, soprattutto sherpa, sono morti sotto il ghiaccio delle valanghe o per il terremoto che ne ha provocato la caduta. Sagarmatha, la Dea Madre della Terra, ha impedito agli uomini di salire in cima dal versante nepalese ed è sembrato volersi vendicare ancora una volta dell’irriverenza e della cupidigia dei suoi migliori figli.

Ma se anche non c’entrasse nulla la volontà dell’Everest, che è solo una grande montagna, è certo che ancora non l’abbiamo domata, tantomeno dominata. E questo il regista lo fa ben capire.

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