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Editoriali, L'approfondimento

Parigi sotto attacco del terrorismo islamico, un orrore che ferisce l'umanità

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BERGAMO — 128 morti e 200 i feriti, 6 i focolai della battaglia, uno sgomento infinito. Dopo aver seguito in tv la notte spanventosa e dolorosa di Parigi, il sentimento che provo è di dramma e rabbia. Da più di 30 anni come alpinista prima e poi con l’associazione Evk2Cnr ho operato nel cuore dell’islam sciita nel nord del Pakistan. Lì ho anche molti amici ismaeliti e spesso siamo in aree dove i sunniti e i pashtun prevalgono, come attorno al Nanga Parbat e lungo il corso dell’Indo, da Chilas verso Peshawar.

Non è facile in queste ore non avere paura, impedire alle scheggie del terrore di colpirci. François Hollande al popolo francese ha detto che bisogna avere paura, si chiudono le frontiere, bisogna essere forti e reagire. Come non essere vicini ai francesi, come non sentirsi parigini in questo momento.

Come non inorridire di fronte all’escalation dell’orrore e della paura, di fronte alle uccisioni di persone inermi; da Charlie Hebdo all’aereo russo fatto esplodere sopra il Sanai la settimana scorsa, passando per i 39 morti sulla spiaggia tunisina lo scorso giugno, i 24 del museo del Bardo, ma voglio ricordare il massacro dei 145 studenti di Peshawar, Pakistan, ragazzi mussulmani, di cui 132 erano bambini o adolescenti di età compresa tra 10 e 18 anni. Questa la contabilità terroristica islamica sommaria che ricordo di sicuro per difetto, dell’ultimo anno.

Ma ho anche memoria diretta, perché furono testimoni miei collaboratori che lì arrivarono dopo pochi minuti dal massacro, dei 13 turisti sciiti pakistani abbattuti a colpi di Kalashnikov sul passo Babusar, tra Islamabad e Chilas e dei 10 ammazzati nello stesso modo al Nanga Parbat, erano alpinisti che si stavano infilando nel sacco a pelo.

Scrissi allora che in occidente le vittime pakistane, Kurde o di qualsiasi etnia mediorientale o asiatica massacrate dal terrorismo spesso non hanno nemmeno la dignità di fare notizia. Ci è paradossalmente più facile provare orrore e mantenere la tensione mediatica alta per la distruzione sciagurata dei templi di Palmira, anch’essi peraltro simboli dell’umanità. Forse è anche per questo che gli strateghi dell’Isis e di al-Qaeda hanno alzato il livello di ferocia a casa nostra, per dare visibilità alla loro guerra lontana e dignità alla vocazione di martiri di feroci e disumani giovani invasati, per terrorizzarci.

Non so se quella che sto provando sia paura o se il terrore stia giá provocando i suoi effetti paralizzanti, so che il livello di attenzione e guardia e di protezione si è già alzato dentro la mia testa, che la voglia di prendere le distanze da luoghi “infetti” come capita per le pandemie e di starne lontani per non diventare facili vittime, è forte.

Ho scritto oggi al nostro ambasciatore a Islamabad, Stefano Pontecorvo: “So, che per quel che conta e nel nostro piccolo, noi di EvK2Cnr non ci tireremo indietro, siamo gente pragmatica e di buon senso, amiamo il nostro paese, la sua storia, la tradizione e i valori che spesso identifichiamo in quelli delle nostre montagne. Per questo ci impegneremo ancor di più e vorremmo che il lavoro fatto in Karakorum, Regione di grandi montagne e popoli, potesse trovare la possibilitá di essere ancor più valorizzato, continuando anche a rappresentare un esempio di come toglier l’ossigeno e le motivazioni alla criminalitá fondamentalista e al pensiero che la fiancheggia.

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