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Clima, dal Bianco all'Everest l'eccellenza italiana nel monitoraggio dati

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AOSTA — E’ italiana, dell’Arpa di Aosta e di EvK2CNR la stazione meteorologica più alta d’Europa. Collocata sul primo affioramento di roccia poco sotto la vetta, attorno ai 4750 metri. Non francese, come avrebbero voluto i cugini d’Oltralpe, ma “nostra”. E ne siamo orgogliosi soprattutto in queste giornate di lavoro del COP21 durante le quali i presidenti più potenti della terra da Obama a Putin, alla Merkel fino al cinese Xi Jinping e al nostrano Matteo Renzi si son trovati tutti a dire che questa è l’ultima possibilità che ci si presenta per salvare il pianeta dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, che le decisioni che si prenderanno dovranno essere vincolanti, che dovremo tenere sott’occhio con grande rigore il pianeta e i singoli stati perché quanto deciso riguardo la decarbonizzazione delle attività umane sia rigorosamente applicato.

I dati e le informazioni sono e saranno importanti e la loro di fatto è una esortazione affinché vengano attivate stazioni di acquisizione dei dati, che siano poi a disposizione del consesso scientifico internazionale. Esattamente quel che sono e fanno da più di dieci anni le stazioni della rete Share di EvK2CNR.

Noi italiani oltre alla rete di misurazione delle emissioni dislocate sul nostro territorio, possiamo far conto anche di alcune stazioni situate sulle montagne più alte del mondo. Per l’appunto il Monte Bianco, ma anche la stazione Piramide in Nepal nei pressi del campo base dell’Everest e le stazioni in Pakistan nella regione del K2 e in Uganda al Ruwenzori.

Laboratorio Piramide - Nepal
Laboratorio Piramide – Nepal

Impianti che da anni acquisiscono dati che sono validati e rappresentano un patrimonio importante di informazioni. Sono anche stati realizzati dei prototipi di stazioni portatili e dislocabili in aree remote, montane del pianeta, utili per il raffronto a terra e la validazione dei dati dei satelliti.

Da qualche tempo queste stazioni sono a repentaglio per questioni burocratiche interne agli enti di ricerca italiani e rischiano di fermarsi. Se accadesse proprio ora sarebbe una beffa. Sembra comunque, come accade di questi tempi, che l’importanza delle installazioni abbia attratto l’interesse di paesi del Golfo. Speriamo bene.

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