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Sempre più Nanga Parbat

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ISLAMABAD, Pakistan — “Se riuscissi ad arrivare in vetta sarei irraggiungibile», confida Moro, all’ ”Espresso”. L’aver scalato in prima invernale tre ottomila: lo Shisha Pangma nel 2005, il Makalu nel 2009 e il Gasherbrum, lo pone certamente ai vertici di questo tipo di alpinismo.

C’è da chiedersi quanti tipi di alpinismo esistono, anche se le imprese citate dalla giornalista del settimanale, Gloria Riva, rappresentano di sicuro le massime espressioni dell’arrampicata e del salire per vie difficili o con condizioni estreme la montagna. Com’ è nel caso del Nanga, salire in condizioni severissime in inverno montagne e pareti che già nelle stagione propizia pongono non pochi problemi fisici, tecnici e qualche serio rischio, è veramente ancora un’impresa.

Certo, di rischi ne corre anche Hansjorg Auer lungo la via Mephisto sulla bella e difficilissima parete del Sass de la Crusc, ma nemmeno Adam Omdra scherza, da alcuni anni ai vertici dell’arrampicata estrema con i suoi 9b/+ . Aggiungerei anche Ueli Steck che pochi giorni fa ha salito in 2 ore e 22 minuti l’Eiger ( l’Orco delle Alpi, anche lui “mangia uomini” come il Nanga).

Ho letto quest’estate della prima italiana sull’Eiger nel 1962 di Armando Aste con Solina, Acquistapace e compagni, che impiegarono 6 giorni a salire la stessa via di Ueli. Certo, in 6 giorni il tempo si guastò e la salita si trasformò in un supplizio. Altri tempi e modi.

Ueli ha anche una storia d’alta quota di grande livello, ha salito due anni fa una via sulla parete sud dell’Annapurna di straordinaria bellezza e difficoltà, che era stata tentata da Jean- Christophe Lafaille e da Pierre Beghin senza successo una decina di anni fa, da solo e in sole 28 ore compreso il ritorno. Molto tempo fa rimasi parecchi giorni sotto quella parete, per una spedizione che aveva come obbiettivo la via Bonington e assicuro che il pensiero della salita di Ueli Steck mi lascia a bocca aperta.

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