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Lhotse parete Sud: è finita

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KATHMANDU, Nepal — E’ da inizio settembre che Sung Taek Honge e quattro sherpa sono inchiodati sulla più drammatica parete dell’Himalaya. Chiedo scusa per l’uso estremo dell’aggettivo, ma la parete Sud del Lhotse ha, almeno per me, un che di tragico, di infinitamente indefinibile e inquietante tutte le volte che la si vedo e la immagino. Per carità esistono anche altre montagne e pareti “terribili”. Ma questa è talmente familiare che la puoi vedere lungo tutta la valle del Kumbhu , quella che va verso l’Everest, per intenderci il trekking più frequentato dell’Himalaya, che arrivi a comprenderne minuto per minuto la pericolosa mutevolezza, le valanghe e i grandi coni marroni che compaiono subito dopo lungo la parete, quasi verticale, di ghiaccio prima e poi di roccia, alta più di 3000 metri. E pensi che essere lassù sarebbe un incubo.

lhotse2Su quella parete hanno sbattuto il muso Riccardo Cassin insieme a Reinhold Messner, Cristophe Profit, Tomo Cesen, ci ha lasciato la vita Jerzy Kukuzka.

Sung Taek Hong ha rinunciato, passatemi il “finalmente” liberatorio, dopo aver raggiunto gli 8200 metri, con condizioni ormai invernali, ed è rientrato al campo base e tornerà casa dopo più di due mesi e mezzo.

“Ora posso comprendere come gli alpinisti possano superare la fame, il freddo, il dolore e la paura” Hong ha scritto nel suo diario pubblicato su internet ”ho dato tutto quello che il monte Lhotse ha potuto chiedermi per arrivare fin qui”.

E’ il terzo tentativo in tre anni su questa parete del Lhotse. Ripete ancora “la parete sud del Lhotse è la mia spedizione da sogno”. Ci tornerà ancora.

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