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Nanga Parbat, tutti verso la vetta

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ISLAMABAD, Pakistan – Sembra Monte Bianco: le squadre partono in tempi differiti; fanno lo stesso percorso con lo stesso obbiettivo; ci sono tempi scanditi non dall’orologio, ma dall’autonomia fisica e dal meteo incombente; c’è un percorso e c’è una campana che suonerà di sicuro nella testa di chi arriverá in cima al Nanga. Suonerà nell’ultimo metro della montagna, oltre il quale c’è il grande nero del cielo siderale.

Sono partiti tutti, tutti sono sul terreno di gioco e giocano la propria partita. Come diceva l’arbitro di Monte Bianco, il premio per ciascuno è la vetta, ma solo per qualcuno è trovare il proprio nome all’inizio della lista delle salite invernali del Nanga Parbat, la montagna di Hermann Buhl, un mito non solo austriaco. Entrare nella storia, anche solo dell’alpinismo.
Arrivare in cima al Nanga in inverno è un obbiettivo che colma l’ambizione personale, ma dà anche grande visibilità nel mondo dell’alpinismo e dei suoi sostenitori, appassionati e commerciali.

Anche per noi questa è una bella occasione per un racconto appassionante.

Moro, Lunger e/o Mackiewicz, Revol, sulla via Messner, si giocano la prima partita. Tomek e Elisabeth hanno agito d’anticipo, sorprendendo, forse, gli altri. Fino a 7500 i secondi teoricamente sono facilitati, ma sopra cosa accadrá? Il tempo tiene ed il vento dovrebbe calare per pochi, misurati, giorni. Lassù però è lunga e dura, anche tecnicamente. Tutto può accadere, per quanto la storia delle due cordate ci racconti della loro grande professionalità.

Photo courtesy Alex Txicon
Photo courtesy Alex Txicon

Txicon, Nardi e Sadpara sono saliti in parete sulla Kinshofer, avranno vita difficile fino al campo due; sopra non sanno come sarà. Se la neve terrà il loro peso, saliranno fino al tre, ma per loro un altro giro è obbligatorio anche se sono giá ben acclimatati. Sperare è lecito, ma “tirare” ora la vetta potrebbe essere un azzardo. Inoltre speravano anche di salire insieme a Bielicki e Czech, ma adesso sono soli, come l’anno scorso, quando c’era l’idea che una sortita potesse funzionare e c’è mancato poco.

La speranza accende la motivazione, la determinazione ed anche l’entusiasmo. Quest’anno la parete è lì, monolitica, senza troppe sorprese, sebbene quelle che ha svelato finora siano tutte peggiorative rispetto alla situazione dello scorso inverno. Sarà complicato salire passo dopo passo, con i ramponi che mordono il ghiaccio duro e ti fanno guadagnare venti, trenta centimetri a volta, con una fatica opprimente che solo il cervello anestetizzato dalle tossine e dalla volontá consente di sopportare. Ritrovare la magia dell’anno passato non sará facile.

Daniele non ce l’ha fatta a tenere dritta la barra ed è sceso ora al Campo Base.
Se qualcuno scriverà nel frattempo il proprio nome sulla vetta, cercare entusiasmo sarà ancor più difficile.

Anche Bielecki è al base, con la sua mano dolorante, lo spirito scosso ed il compagno con il mal di pancia. Ha voglia di tornare a casa. Sa di lasciare una grande occasione, ma ancora poche ore e dovrà prendere una direzione: guardare ancora una volta in faccia il Nanga o girargli le spalle. Daniele è con loro, cerca ancora un motivo per tornare sul Nanga. Forse se…

Ci sono anche i ragazzi di Justice For All, alias Nanga Dream, scanzonati e casinisti, ma non troppo. Sono alpinisti forti, che si divertono, ma fanno sul serio: stanno forzando verso i 7000 metri sulla parete Rupal, poi si troveranno in cresta anche loro, dirimpetto alle due cordate che salgono sulla cresta occidentale. Potrebbero tutti vedersi: Elisabeth e Tomek seguiti da Simone e Tamara, sulla cresta occidentale; in centro, sul plateaux sotto la cima, Alex e Ali; ad oriente, sulla cresta spartiacque con Rupal, i ragazzi polacchi che credono nella giustizia per tutti.
Un assedio convergente verso la vetta. Un’immagine quasi paradossale, ma in definitiva vera.

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