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Editoriali, L'approfondimento

Fuga dal Nanga

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BERGAMO – È una vita che mi occupo di Himalaya e Karakorum e sempre rimango sorpreso e stupito dalle “fughe” degli alpinisti dal campo base una volta che hanno “tirato giù la saracinesca ” con l’idea di salire in vetta o dopo esserci saliti.

Accade spesso che a quel punto, per mille motivi che fino al minuto prima erano differibili, tutto ciò che allontana dalla montagna e dal campo, che per qualche settimana è stato la casa che ci ha ospitato, diventi urgente, vitale. Ci si mette lo zaino in spalla e, sguardo verso valle, ci si precipita verso “la civiltà”, un paio di occhiate alla montagna, con il cuore gonfio, e via, lasciandosi indietro il sirdar e i portatori a fare le pulizie, i bagagli e ad organizzarne il trasporto.

L’anno scorso Nardi ci ha raccontato, dopo aver parlato con Elisabeth  e aver condiviso la sera con lei, come la stessa forse poteva anche restare lì qualche giorno a curare il malandato Tomek e dare una mano, ma al mattino non l’aveva più ritrovata. Al buio e senza salutare aveva preso il sentiero per la valle portandosi via anche il sirdar.

Ho vissuto decine di volte questo momento e questo sentimento, anche con alpinisti delle mie spedizioni che, chiusa la partita della vetta, scendevano di corsa dalla montagna e dopo poche ore lasciavano anche il campo base. Una sorta di fuga da un luogo fisico e da un tempo molto carico di emozioni, una specie di liberazione. Come se la passione per l’alpinismo e la montagna non fossero poi così solide e consolatorie rispetto alla voglia di farla finita con la tensione della “lotta” per il risultato.

Rileggendo le cronache delle vecchie spedizioni ci si rende conto che il fenomeno è moderno.

Niente di male, per carità, lascia solo qualche perplessità sul rapporto tra gli alpinisti e l’ambiente che frequentano e sulla gestione delle emozioni che queste grandi imprese comportano. Forse si tratta solo di aerei prenotati.

Ora al Nanga rimangono due spedizioni: Moro e Lunger sulla via Messner e  Txicon, Nardi e Sadpará sulla Kinshofer; i polacchi, che erano fino a ieri la maggior parte degli alpinisti impegnati sulla montagna, non ci sono più.

Certo l’inverno finisce il 21 marzo, ma di sicuro nessuno pensa di “resistere” fino ad allora e gli abbandoni poi di certo non fanno bene al morale di chi rimane.

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3 Comments

  1. personalmente credo che simili comportamenti siano dovuti al superamento della sottile linea che separa la passione per la montagna dall’ossessione di un risultato.

  2. Scusate ma a me pare un articolo fatto proprio per scrivere qualcosa…..ma una persona che rimane per giorno a quote assurde in inverno con venti da jet.stream e temperature antartiche, quando se ne torna al base perché per lei la storia è finita, cosa deve fare al base? raccontare barzellette per tenere alto il morale a chi rimane?
    Poi magari uno ha anche altri impegni nella vita oltre a salire il Nanga e quando ha chiuso la partita se ne va e basta: finiamola con la poesia quando non c’è.

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