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Valanghe sul Nanga Parbat

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ISLAMABAD, Pakistan – Le valanghe, incluse quelle di polvere, come quella ripresa da Simone Moro stamane, possono far danni anche solo per lo spostamento d’aria. Speriamo di no e speriamo pure che campo 1 abbia preso solo una violenta spolverata e che tutto il materiale faticosamente trasportato ci sia ancora.

Anche qualche slavina relazionale e mediatica è caduta sul campo base nei giorni scorsi, sebbene sembri che, essendo composta da polvere di parole anziché da neve, come quella di stamattina, non abbia provocato danni.

Insieme i cinque alpinisti rimasti al campo base possono farcela a tener duro e a provarci ancora.

Vale forse la pena valutare ancora una volta la situazione e fare qualche riflessione.

Per due anni mi sono categoricamente rifiutato di dare una mano, un minimo aiuto o anche solo un saluto a Daniele in partenza per le sue invernali al Nanga. Gli dicevo che non volevo essere complice in alcun modo della sua sventura. Ciò mi pesava: Daniele è un bravo bocia, ha dei pregi, è un bravo alpinista, a volte sorprendente. Come lo scorso anno che se n’è stato tutto l’inverno sotto la parete Diamir, per tre volte ha cambiato compagni e infine con Ali Sadpara e Alex Txicom è arrivato a marzo a 7830 metri, come abbia misurato gli ultimi 30 lo sa solo lui.

Speravo fosse finita questa storia dell’invernale al Nanga, invece rieccoci qui il 4 di febbraio a scrivere di quel che accade proprio lì.

Anche Simone Moro con Tamara Lunger, che lui continua a definire meglio di un compagno, come galante termine di paragone, prova a raggiungere la cima del Nanga per un’altra via salita e già tenta anche da lui. Simone è il più anziano della tribù invernale, lo dice lui, di certo è il più blasonato, ce lo dicono i tre 8000 in inverno, ed è una ” vecchia volpe”, ce lo dice il cronista di un bel servizio televisivo su Sky proprio sul Nanga.

Daniele dall’anno scorso ha allacciato amicizia con Alex: dopo il Nanga hanno fatto una bella montagna in India in buono stile, si sono allenati insieme in Argentina e, arrivati in Pakistan, hanno aggregato l’amico dello scorso anno Ali Sadpara.

Photo courtesy Adam Bielecki
Photo courtesy Adam Bielecki

Al base Diamir c’erano anche Bielecki, fortissimo polacco che è salito di corsa con il compagno Czech un paio di volte sulla Kinshofer, prima di fare un volo di 80 metri, trattenuto da Nardi, e di andarsene a casa.

C’erano anche Elisabeth Revol, che è probabilmente la miglior himalysta di Francia, alla sua terza volta al Nanga in inverno, che si accompagnava con un duro polacco, Tomek Makiewicz, al 6 tentativo (o è matto o anche). L’anno scorso erano stati per un periodo i compagni di spedizione di Nardi, ma un giorno sono spariti e tornati dopo altri 9, avevano raggiunto i 7500 metri. Lui era malconcio e lei la mattina dopo era tornata a casa. Fecero dell’esperienza un video con belle immagini e tanta musica. Anche quest’anno fanno due puntate lunghe: la prima attrezzano, la seconda stanno fuori 8 giorni e provano la vetta. Arrivano a 7500 metri e tornano al base. Questa volta in buono stato. Il mattino successivo piantano baracca e burattini e tornano a casa. Rifanno un video con belle immagini e buona musica e lo mettono sul web.

Sull’altro lato della montagna si accampa invece un gruppo di forti polacchi, anche loro recidivi: sono tornati al Nanga per andare in cima dal versante Rupal, via complicata e lunga. Si chiamano Nanga Dream “Justice for All”, un bel sogno, veramente. Sono alpinisti capaci, alcuni dei duri, ma a un certo punto se ne tornano a casa anche loro prima di raggiungere lo spartiacque sopra al colle Mazeno, che si affaccia sul versante Diamir. Tempo scaduto, sembra a causa dei permessi troppo brevi rilasciati dai Pakistani.

Simone Moro invece capisce in fretta che sulla Messner, la via da lui scelta e prenotata al Dipartimento del Turismo, non ci sono possibilità ed appena la coppia franco-polaccha gira i tacchi, s’infila nella tenda dei tre rimasti al base (un polacco, un italiano e un pakistano – non è una barzelletta), che sono sulla via Khinshofer e propone: “tutti insieme!”. I tre ci mettono la via attrezzata fino a campo tre, lui una mano e la gloria.

Quest’anno il Nanga però è un osso duro ed è possibile che anche stavolta se la cavi. Vedremo.

Ed è in questo punto della storia che parte la slavina di polvere di parole che ha investito il campo base in questi ultimi giorni, complice l’inattività da brutto tempo e il conseguente nervosismo.

Chissà se Nardi avrà tempo per un nuovo tentativo, speriamo, se lo merita. Alex ci proverà fino all’ultimo e cosi farà Ali. Moro ha adottato, invertendola, la massima di Messner: pazienza e velocità. Lunger invece scalpita e se qualcuno salirà in vetta l’avrà certamente alle costole, anzi potrebbe anche fare un allungo (ne ha tutte le capacità) e allora un uomo galante cederebbe volentieri, o malgrado, il passo come le vecchie guide con il Duca di turno.

Ad ogni modo, c’è da sperare che i cinque riescano a tornare insieme a campo 3 e provino a raggiungere la vetta. La loro forza è stare insieme, anche se proprio non si trovano sempre reciprocamente simpatici, alla faccia delle grandi ambizioni di ognuno di loro impegnato a costruirsi la propria “aurea leggendaria”.

 

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4 Comments

  1. Bellissimo articolo, sottile e penetrante.
    Con poche parole, il ritratto semplice e trasparente di personalità diverse.
    Da buon romantico, spero infine che “l’unione fa la forza”

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