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Editoriali, L'approfondimento

Nanga Parbat, rumorosi silenzi prima della salita

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BERGAMO – Trovate qui di seguito due commenti arrivati a Montagna.tv su quanto accaduto nei giorni scorsi al Nanga Parbat e che fanno riflettere. Non sono i soli, ci hanno anche scritto parecchie e-mail e messaggi, quasi tutti riassunti dai due che pubblichiamo.

In queste settimane ci siamo molto occupati del Nanga Parbat e delle persone che “lo hanno sfidato” in inverno (qualcuno di loro con il Nanga di sicuro ci parla). “Le montagne come questa ti rapiscono”, diceva Kurt Diemberger in un film guardando il K2 e Walter Bonatti gli fece eco: “Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi”. Citazione un po’ sfruttata ma vera e proposta anche da Nardi dal campo base qualche giorno fa.

Il valore del Nanga è grande se commisurato a quello degli uomini che l’hanno salito a cominciare da Hermann Buhl, Toni Kinshofer, Sigfried Löw e Anderl Mannhardt, Reinhold Messner e il fratello Günther, per citare i primi, la prima donna in vetta Liliane Barrard, la nostra  Nives Meroi e molti altri di grande virtù.

Il valore degli uomini, non solo in montagna dove sembra tutto più amplificato, come c’insegnava Bonatti, è fatto delle storie, le passioni, i pensieri, le sensazioni, il mal di piedi, il ghiaccio nel naso, cosa mangiano, cosa bevono e quanto, la sofferenza, cosa provano guardando un tramonto e spiando il loro compagno di tenda o la cordata che sale vicino o dall’altra parte, la felicità, la rabbia, la disperazione, l’esaltazione, la solidarietà, la competizione, la tolleranza e l’odio.

Per questo il Nanga è una grande montagna.

desioI nostri lontani predecessori scrivevano lettere, dispacci e li affidavano ai mail runners, ragazzotti locali di gamba buona che per giorni correvano su e giù dalle valli con i pacchi di posta, non solo da e per i familiari, ma anche per le testate giornalistiche grandi e piccole che in “patria” seguivano l’impresa. Poi fu il turno delle gracchianti radio di trasmettere tutto questo con infinita difficoltà e pena. L’alpinismo ha acquisito valore anche da queste cronache, da chi con passione le ha seguite e lette. Il 31 luglio 1954 gli italiani erano sul K2, il telegramma inviato da Desio arrivò il 4 agosto e tutti i campanili d’Italia suonarono a festa.

La “conquista” delle grandi montagne e di tantissime pareti è avvenuta con l’ansia dei mail runners in arrivo o del collegamento radio all’ora stabilita.

Nell’epoca della comunicazione di massa, di Internet e dei telefoni satellitari, delle immagini in diretta, della telecamera sul casco, dei GPS, degli sponsor, dei media e dei reality, non pare il caso che si riprenda a comunicare solo attraverso i comunicati e le “relazioni ufficiali”. Proprio ora che pensavamo che la tecnologia ce ne avesse liberati. Povero Bonatti che ha lottato per 50 anni contro la “relazione ufficiale” della spedizione al K2. E non solo lui.

A me tutto questo pare un controsenso, ma ognuno, ovviamente, in montagna fa come crede. Purché poi porti a valle la sua immondizia.

Ci piacerebbe conoscere il vostro pensiero in proposito.

 

Dario Alaino, 8/02

“Quello che più amareggia è che tre atleti connazionali, tre professionisti non siano riusciti a conciliare una linea comune per conseguire una delle ultime interessanti esplorazioni geografiche e sportive del pianeta.
Abbiamo perso tutti e non ha vinto nessuno qualunque sia l’esito finale, non sarà un buon esempio per i giovani, per la promozione di una vita sana spesa all’insegna della salute sportiva, per il desiderio di esplorazione geografica e di avventura.
Rimangono, come sempre inesorabili, i dubbi.
Mediaticamente parlando non si può, a mio umilissimo avviso, liquidare chi da questa parte del mondo partecipa, pur seduti sulle loro poltrone, al tentativo di informare quanti desiderano incoraggiare simili imprese.
Nel profondo della sua solitudine un esploratore ha bisogno di sapere che non è l’ultimo uomo o donna sulla terra. E che nella sua avventura sta portando non solo se stesso, ma qualcosa di più grande.
Non è ancora tardi per rimediare, ma bisogna superare le proprie rispettive tempeste personali.”

Da Filippo Thiery, 9/02

“Sinceramente credo che la scelta di Daniele Nardi, proprio in virtù delle motivazioni scritte in questo comunicato (a partire dalla frase iniziale), sia invece un ottimo esempio per i giovani: se la squadra non è affiatata, se vengono a mancare l’intesa e/o la fiducia, è bene avere il coraggio di rinunciare, primo perché, nel momento del pericolo, la compattezza, la fiducia reciproca e il feeling fra gli alpinisti sono essenziali per uscirne vivi, secondo perché la salita acquista senso (al di là della vetta a cui conduce) per ciò che lungo la strada si vive e ci si riporta a casa, sia in termini di avventura e soddisfazione alpinistica che di esperienza umana; se quest’ultima viene meno (e le parole di Daniele lo fanno ben capire), anche l’impresa alpinistica perde buona parte del suo senso. Mi sembra un messaggio assolutamente condivisibile e a dir poco vincente. Per questo non sono d’accordo sul fatto che “abbiamo perso tutti”, la vittoria non è per forza la vetta.”

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1 Comment

  1. Questo Nanga è stato un reality show…gli stessi protagonisti attaccati ai pc a comunicare con il mondo: a fare parrocchie, stringere alleanze o inimicizie, twittare. No. Molto meglio un alpinismo sano, sincero come quello che fa un Barmasse fa nelle nostre Alpi, piuttosto che assistere a queste scene da confessionale del grande fratello.

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