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David Lama: torna in Nepal per un tentativo all’inviolato Luang Ri – video

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KATHMANDU, Nepal – Lo scorso novembre il climber austriaco David Lama e il suo compagno di arrampicata americano Conrad Anker hanno tentato di raggiungere la vetta del Lunag Ri (6.907 metri), al confine tra Nepal e Tibet, nel tentativo di aprire una nuova via sulla cima inviolata.

Lama racconta:

“Quando io e i miei genitori siamo arrivati ​​a Phaplu, il villaggio natale di mio padre, quello è stato il mio primo ritorno in Nepal in 15 anni. A causa del terremoto in aprile e maggio, molto era cambiato: anche la casa in cui mio padre era cresciuto, che era abitata solo da mio zio, era stata in parte distrutta. Molte altre case del villaggio avevano subito un destino simile. Phaplu ha però un aeroporto e può essere raggiunta in auto, questo è il motivo per cui ci sono stati buoni progressi con la ricostruzione del paese rispetto ai villaggi più remoti. Eppure, molte persone hanno lasciato la regione e si sono trasferite nelle città più grandi nella speranza di un futuro migliore.

Nonostante io sia stato in Nepal con i miei genitori per tre volte da bambino, non avevo praticamente nessun ricordo tangibile prima della mia partenza. E tuttavia, quando siamo arrivati ​​a Phaplu, ho riconosciuto molte cose: le canzoni che i bambini della scuola cantavano mentre camminavano lungo la strada, l’odore delle spezie nel cibo e anche le facce dei miei parenti. È stata un’esperienza memorabile vedere come i ricordi sono passati dall’ essere lontani ad essere vivi e presenti.

Avrei voluto tornare in Nepal da un po’. Visitare la famiglia era solo uno dei motivi per il viaggio. La seconda ragione era – cosa altro potrebbe essere – una montagna.

Il mio obiettivo era la prima salita del Lunag Ri (6.907 m): la combinazione tra una cima incontaminata e un’arrampicata interessante è insolito – abbastanza spesso le vette vergini non sono troppo impegnative dal punto di vista dell’arrampicata. Lunag Ri è invece molto difficile da tutti i lati. Questa affermazione è supportata dal fatto che molte spedizioni hanno tentato la loro fortuna su questa montagna. Alcuni si sono avvicinati più di altri, ma in ogni caso, nessuno aveva ancora raggiunto la vetta.

Con Conrad Anker avevamo programmato di salire la montagna dal versante nord-ovest.

Fin dall’inizio tutto è andato alla perfezione. L’approccio al campo base ci ha preso diversi giorni e ci ha portato sopra Renjo La Pass a 5417 m. Un tempo splendido ci ha accompagnato al campo base. Dopo aver riposato per un giorno, ci siamo diretti verso la base del Lunag Ri per posizionare il campo base avanzato e per vedere più da vicino la parete per cercare di individuare la linea più promettente per la vetta.

Il nostro piano originale era quello di salire una rampa di ghiaccio sulla parete nord-ovest il più a lungo possibile prima di fare un attraversamento al di sotto della parte più alta della parete e raggiungere la cresta nord-ovest, che speravamo portasse alla vetta.

Abbiamo subito visto che la rampa era in condizioni molto secche e ad alto rischio di caduta di massi. Conrad non era troppo entusiasta di prendere un tale rischio, preferendo affrontare una linea più decentrata sulla sinistra, lungo la quale si poteva raggiungere la cresta nel punto più basso. I suoi dubbi avevano senso e così ha preso forma un nuovo piano: avremmo salito una ripida parete di roccia fino alla cresta nord-ovest, che avremmo seguito il più possibile prima di bivaccare. Il giorno successivo si sarebbe tentata la vetta.

Sul Fox Peak per l'acclimatamento. Photo David Lama Facebook
Sul Fox Peak per l’acclimatamento. Photo David Lama Facebook

Tornati al campo base, ci siamo acclimatati sul vicino Fox Peak (5.777 m) e dopo una notte sulla vetta , anche se erano passate solo due settimane dal nostro arrivo a Kathmandu, ci siamo sentiti pronti per un tentativo sul Lunag Ri.

Già alla base della parete capimmo che sarebbe stata una sfida anche raggiungere la cresta. Inoltre c’era anche l’ansia del tempo perché una volta che il sole colpisce la parete, la parte superiore si sarebbe trasformata in una zona pericolosa di caduta di massi, o “Hell’s Kitchen”, come Conrad l’ha soprannominata.

Al primo tiro, ripido, mi aspettava una roccia estremamente friabile condita da ghiaccio nero che sembrava cera di candela. Ho anche dovuto togliere il mio zaino per superare un camino complicato. Il terreno rimase difficile anche dopo.

Nel primo pomeriggio abbiamo raggiunto la cresta, che ci ha tenuti sulle spine con una cattiva protezione, la ripidità, la neve senza fondo ed una complessa ricerca della via. In cambio, ci ha premiato con un’esposizione spettacolare.

Come si è fatto buio, Conrad ha salito gli ultimi tiri prima del nostro bivacco sotto una grande roccia. Un piccolo crepaccio ci ha fatto da rifugio dopo aver trascorso alcune ore a scavare per renderlo un po’ più grande. Abbiamo mangiato un paio di strisce di Buffalo Jerky, che Conrad aveva portato dal Montana. A parte una barretta energetica, era l’unico cibo che avevamo mangiato dopo aver lasciato campo al mattino.

Dopo la notte quasi insonne, abbiamo ripreso alle 2 del mattino.

Poiché ci aspettavamo solo un altro giorno di bel tempo prima che si deteriorasse, abbiamo lasciato la nostra attrezzatura da bivacco ed abbiamo cercato di raggiungere la vetta nel modo più veloce e leggero possibile.

Il terreno ha continuato ad essere molto duro.

Per circa 12 ore abbiamo continuato lungo la difficile cresta fino a quando solo la parte superiore della falesia ci separava dalla vetta, 300 metri sopra. Il granito era molto migliore rispetto a sotto e in alcune parti la scalata è stata sorprendente.

Ma a quel punto era giunto il momento di mettere in pratica ciò che avevamo temuto: la vetta era fuori portata quel giorno e fare uno o forse anche due bivacchi all’aperto senza un sacco a pelo o tenda, con le temperature che raggiungevano – 25 ° ed i forti venti, sembrava troppo rischioso. Avremmo messo in gioco molto di più che le dita ed i piedi se avessimo trascorso la notte all’aperto a quella altitudine. Anche se la decisione non era facile, abbiamo concordato: rinunciare era la nostra unica opzione possibile.

La discesa in corda doppia lungo la cresta si dimostrò faticosa ed estremamente difficile. Non c’erano praticamente appigli. Scendere diretti la parete in corda doppia era fuori questione e così siamo stati costretti a destreggiarci in una miscela di corda doppia, arrampicata ed attraversamenti. È stato solo a tarda notte che abbiamo raggiunto la nostra attrezzatura al bivacco, che ci ha fornito almeno un po’ riparo dal freddo intenso.

Il giorno successivo ci siamo dovuti calare attraverso Hell’s Kitchen – aspettando che il sole lasciasse la parete e le cadute di roccia diventassero meno intense.

Tornati alla base, abbiamo recuperato tutta la nostra attrezzatura. Avevamo dato tutto quello che potevamo nei tre giorni sulla montagna.

Non avevamo raggiunto la vetta: altrimenti la salita sarebbe stata del tutto perfetta. Ma avevamo ancora le nostre dita, tenute calde durante la discesa nelle nostre tasche. Saranno sicuramente utili per il nostro prossimo tentativo. Oramai i nostri occhi sono sul Lunag Ri, il secondo round sarà per il prossimo anno.”

 

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