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Nanga: verso campo 3

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Cavolo, non si è fermato? Sbatte ancora, forse un po’ meno. Ventiquattro ore di vento che frulla da ogni dove. Di solito è verso l’alba che si acquieta, te ne accorgi subito perché cala il silenzio, ancor più profondo perché preceduto dal frastuono delle tempeste. Acqua, bevande, cibo, energia da mettersi dentro. Ci si veste, un poco alla volta, uno alla volta. Ci si guarda con l’occhio passionevole della triglia lessa, leggermente gonfio d’ipossia.  Si scruta in alto, si vede la montagna e si odora l’aria mentre il sole lentamente scende fino alla tenda, ci si mette i ramponi e si parte l’uno dietro l’altro.  È già giorno e le ore non saranno molte. Ali e Alex, poi Tamara e Simone. La neve, di nuovo le roccette, la cresta, poi neve ventata e qualche striscia di vetrato che il vento ha levigato.

I ramponi che mordono e sfrigolano sulla neve dura. Infine sul lungo e ripido “lenzuolone” di ghiaccio coperto di neve che porta al punto massimo raggiunto da Ali e Alex, a 6700metri. Sono 600 metri di salita esposti al vento, che entra da nord ovest radente i pendii e si incresta sulle incurvature della montagna. Il sole alle spalle che tenta un eroico riscaldamento di quei quattro puntini persi sul pendio.

Ce la faranno anche oggi. Bisogna forse andare su ancora un po’ per trovare il posto per la tenda. Ma questa è ancora una giornata da passare sul grande Nanga, vedremo il tramonto dove li sorprenderà.

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