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Racconto attorno alla vetta del Nanga Parbat

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C’è una storia esemplare nella memoria degli alpinisti e degli appassionati di montagna di tutto il mondo, quella di Walter Bonatti, che lancia la sua ultima sfida alpinistica e va all’avventura estrema sulla parete Nord del Cervino, da solo, in inverno. Si mobilitarono i media di allora ed il fatto diventò eclatante.

Sul Nanga Parbat in inverno sono anni che ci provano alpinisti di grande capacità! Decine di spedizioni, specialmente polacche. Quest’anno erano in molti e determinati: Tomek Mackiewicz era lì per la sesta volta, la sua compagna di cordata Elisabeth Revol, la migliore himalaysta di Francia, per la terza.

Parliamo di inverno a 8000 metri non di estate al mare.

A fine gennaio Tomek e Elisabeth, dopo aver raggiunto la quota di 6900 metri ed essersi incaponiti un paio di volte per giorni e giorni sulla montagna, progredendo con il ritmo delle lumache, hanno rinunciato e se ne sono tornati a casa. Per la verità Tomek non si sa bene dove sia, al momento sembra ancora in Pakistan a lanciare anatemi contro tutti i suoi ex compagni e sui giornali e blog locali è partita la polemica.

Sulla via scelta da Tomek-Revol, alla sinistra della parete Diamir, un itinerario tentato senza successo da Messner nel 2000, si sono ritrovati a fine dicembre anche Simone Moro e Tamara Lunger. Avevano previsto di pre-acclimatarsi salendo un 7000 “facile”, ma non del tutto, ma non ce l’hanno fatta per il prezzo troppo alto dei portatori e sono rimasti a Skardu, con l’intenzione di arrivare al campo base in perfetta forma. Obbiettivo fallito.

Photo courtesy Daniele Nardi
Photo courtesy Daniele Nardi

Anche il fortissimo Bielecki, polacco e ripetente anche lui sul Nanga, con il compagno Czech ha rinunciato qualche settimana fa, dopo essersi fatto un volo di 80 metri su una fascia di roccia sotto campo 2 a 6100m. Lui era sulla via tracciata da Khinshofer nel 1962, la via “”normale”, si fa per dire, e voleva salirla in puro stile alpino. Rientrato in Europa ha scritto: “Il Nanga ci ha dato una grande lezione di umiltà”.

Sulla stessa via da fine dicembre avevano iniziato a posizionare campi e corde lo spagnolo Alex Txicon (terza volta al Nanga), il pakistano Ali Sadpara, che lo scorso anno era sempre lì con Alex, insieme all’italiano Daniele Nardi, anche lui al terzo tentativo. Lo scorso anno aveva provato a dar vita ad un sogno alpinistico ed estetico formidabile: terminare la via che Mummery provò a salire nel 1895 al centro della parete Diamir. Sempre l’anno scorso i tre si erano portati poi sulla vicina Kinshofer ed erano arrivati a 7850 metri di quota prima di rinunciare.

Quest’anno Nardi ha tenuto duro fino a due settimane fa, ma prima il volo di Bielecki, che era legato a lui, e poi un suo volo, più o meno nello stesso luogo, lo hanno indotto a lasciare la presa e rientrare in Italia. Una brutta polemica nata in quei giorni tra lui e Txikon, dentro la quale non si è ben capito il ruolo degli altri ospiti, si è trascinata per alcuni giorni prima e dopo il suo rientro in Italia e speriamo in seguito, con calma, venga chiarita. Speriamo.

Alla fine, un paio di settimane fa sono rimasti in gioco quattro alpinisti al campo base del Nanga Parbat imbiancato dalle nevicate: Simone Moro e Tamara Lunger, che avevano posizionato un paio di campi nella parte bassa della via Massner sulla montagna, ed Alex con Alì, che erano arrivati a 6700 metri a campo 3 insieme a Nardi. Rimasti in quattro a quel punto si sono messi insieme sull’itinerario che tutti da tempo sapevano essere l’unico possibile, la via Khinshofer, ed hanno iniziato a portare un po’ di materiale ed attrezzatura sulla montagna.

Photo courtesy Alex Txikon
Photo courtesy Alex Txikon

Freddo, vento, jet stream, dieci giorni di orrore climatico, di attesa tra campo base e campo uno, di congetture e piani puntualmente smentiti dal meteo e dalla natura del Naga Parbat. Sono stati giorni strani, con Alex Txikon, il più forte e determinato, impegnato a spedire, come se il campo base fosse un ufficio propaganda, documenti “contro Nardi”. Lui taceva e si defilava, dicendo di aver la coscienza a posto e che lo avrebbe dimostrato. Nervosismo d’alta quota.

Poi, finalmente, all’orizzonte dalle previsioni atmosferiche e dall’indeterminatezza delle isobare è spuntata una finestra di bel tempo, prima incerto, ma poi gli esperti di meteorologia hanno confermato i quattro giorni di sereno con vento in continuo calo fino alla calma. Anche sul bel tempo parte qualche polemica, ma forse erano semplicemente interpretazioni scientifiche da una parte e interpretazioni alpinistiche dall’altra.

Fatto sta che il 22 febbraio c’è stata la partenza, l’ascesa metodica, l’abile determinazione e la strategia di Simone, Alex, Ali e Tamara e la convinzione di farcela. L’acclimatamento e perfino la buona salute. Un campo alla volta fino a ieri sera, quando si è capito definitivamente che la vetta era a portata di mano.

Ieri l’arrivo in vetta, a 8126 metri, nel cuore dell’inverno, che per quattro giorni ha morso, ma non troppo.

Risultato frutto di una gestione alpinistica efficace e di una strategia disincantata costruita sugli accadimenti, sugli uomini, mettendo insieme le loro forze, le qualità, la capacità di resistere e di andare avanti, perfino i dissapori tra alpinisti.

Un successo frutto dell’esperienza alpinistica, manageriale e della professionalità di Simone Moro, della forza e determinazione di Alex Txikon, della voglia di riconoscimento e di onore di Ali Sadpara. Tamara non ce l’ha fatta per poche decine di metri e per un malessere, che da quelle parti stronca. Molto brava lo stesso. Simone con quest’impresa corona il sogno e l’ambizione di 4 montagne di ottomila metri in inverno, senza ossigeno. Hanno scritto una nuova pagina nel libro dell’alpinismo d’alta quota.

Da domani parte la sfida al K2 in inverno.

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