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Alpinismo, Alta quota, Primo Piano

Sherpa in cerca di regole e diritti

Photo@REUTERS/Laurence Tan
REUTERS/Laurence Tan

KATMANDU, Nepal – Un nuovo lungometraggio, che ha ricevuto la nomination ai BAFTA di Londra, ha messo nuovamente in luce la condizione Sherpa.

SHERPA, della regista australiana Jennifer Peedom, parte dalla famosa rissa accaduta al campo base dell’Everest nel 2013, in cui era stato coinvolto anche Simone Moro, e ne documenta le conseguenze (per un approfondimento leggere qui e qui).

Il punto della questione riguarda la disparità di ricchezza e di rischi tra gli alpinisti stranieri e gli Sherpa. Per quanto riguarda il fattore economico, il documentario pone in evidenza come gli Sherpa vengano pagati per i loro servizi, che durano l’intera stagione, dai 3000 agli 8000 dollari, una quota bassissima rispetto ai budget delle spedizioni, che possono arrivare fino a 100.000 dollari. Per quanto riguarda il secondo aspetto, viene messo in luce che gli Sherpa, incaricati di trasportare tutto il materiale al campo base, sono costretti a percorrere i tratti più rischiosi della salita, come la cascata di ghiaccio del Khumbu, fino a 30/40 volte, aumentando notevolmente il rischio della loro sicurezza.

La situazione è peggiorata con la valanga al campo base, conseguente al terremoto del 2014, che ha aumentato il livello di preoccupazione e frustrazione della comunità Sherpa, oramai convinta che per loro i rischi connessi alle spedizioni all’Everest superino di gran lunga i benefici. A ciò si aggiunge che alle richieste di migliori compensi, assicurazioni sulla vita e la creazione di un fondo per le guide d’alta quota rimaste ferite durante le spedizioni, da finanziare con le royalties pagate dagli alpinisti al Nepal, il Governo nepalese ha nel corso degli anni dato risposte insufficienti.

Il fermento della comunità Sherpa, aumentato negli ultimi anni, deriva da una maggiore consapevolezza, data anche dai social, che ha permesso di notare la disparità di vita con gli alpinisti, ma anche quanto quest’ultimi hanno pagato per la spedizione ed osservare le gratificazioni ricevute in patria dagli scalatori per le proprie imprese, che sarebbero impossibili senza l’aiuto degli Sherpa. E grazie a queste nuove forme di comunicazione, la regista ha potuto stringere amicizia con diversi membri della comunità Sherpa, riportando le loro testimonianze.

Sherpa Phurba Tashi ha scalato l’Everest 22 volte e, pur essendo uno degli scalatori d’alta quota maggiormente rispettati in tutto il mondo, è senza un soldo poiché, dopo la valanga, ha promesso alla sua famiglia di non andare oltre il campo base. Una decisione forte, dato che il turismo è spesso la principale fonte di reddito per le famiglie Sherpa.

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Photo courtesy Enrico De Santis

Ang Phurba Sherpa, 47 anni, ha invece raggiunto la cima dell’Everest cinque volte, la prima a 20 anni, ed ha assistito molte spedizioni straniere. “L’arrampicata è diventata una professione per molti Sherpa, ma non è solo una questione di denaro – ha raccontato Phurba Sherpa a thethirdpole.net – [Prima del 2014] il numero di persone che volevano scalare l’Everest è aumentato drasticamente. Questo è un bene per gli Sherpa, che hanno maggiori opportunità [di lavoro], ma quando torno da ogni spedizione mi sento male … Come facilmente rilasciano interviste, come se fosse solo arrampicare una roccia. Non è facile scalare l’Everest, la difficoltà può essere spiegata solo da persone come noi che hanno messo la vita a rischio ogni secondo. Riteniamo, inoltre, che gli Sherpa hanno bisogno di un maggiore riconoscimento e non devono essere trattati solo come motori o veicoli per conquistare le montagne, ma dovrebbero essere debitamente riconosciuti per il loro ruolo” ha aggiunto.

Le preoccupazioni di sicurezza sono inoltre diventate più sentite da quando nell’era delle spedizioni commerciali, il sovraffollamento sull’Everest ha portato a veri e propri ingorghi umani 7.620 metri, aggravando i pericoli già reali dell’arrampicata.

A ciò si aggiungono anche i cambiamenti climatici, che stanno rendendo le montagne nella regione più rischiose; una questione che viene sollevata nel documentario di Peedom: “La valanga (del 2014 ndr) era collegata ad un fattore climatico. Ci sono stati più incidenti al campo base negli ultimi due anni che nel passato. Queste ansie hanno portato ad una discussione sul fatto che il campo base dovrebbe essere spostato più in alto, ma questo solleva un diverso insieme di preoccupazioni ambientali per l’inquinamento sull’Everest, che al momento non ha strutture fisse sul lato sud “, ha detto la regista.

Il tema della velocità di scioglimento dei ghiacciai in Himalaya è ferocemente dibattuto: una nuova ricerca, pubblicata dalla rivista European Geosciences Union (EGU) lo scorso anno, ha mostrato che il 99% dei ghiacciai della regione dell’Everest scomparirà entro la fine del secolo.

“Scalare l’Everest è difficile a causa della imprevedibilità del tempo e dello scioglimento dei ghiacci. Per esempio, la maggior parte degli alpinisti che tornano possono vedere che la quantità di rocce nude è molto maggiore rispetto ad un decennio fa “, ha dichiarato Purna Sherpa, che ha scalato l’Everest due volte ed ha preso parte a numerose altre spedizioni. Aggiungendo: “Le masse di ghiaccio cambiano ed ogni anno dobbiamo cercare opzioni alternative quando prepariamo la strada per gli scalatori. La preparazione per la stagione di arrampicata per il prossimo aprile è in corso, ma la paura è alta: il sisma ha causato modifiche importanti al paesaggio e ha spostato grandi blocchi di ghiaccio, aumentando il rischio di valanghe.”

Quest’anno, dopo la valanga, gli Sherpa hanno ottenuto maggiori protezioni, da parte del Governo nepalese, per quanto riguarda i rimborsi per il trasporto dell’attrezzatura, ma c’è ancora da molta strada da fare.

Il trailer del documentario SHERPA:

 

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