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Nanga Parbat: Alex Txikon racconta

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ISLAMABAD, Pakistan – La punta del naso è nera, segno che il freddo ha infierito sulla pelle fino a provocarne la necrosi. Sorride Alex Txikon con simpatia sincopata, capita a coloro che impegnano settimane a salire fino a ottomila metri e poi scendono in fretta. È certamente una questione di ossigeno, è scritto anche nei tomi di fisiologia: c’è un eccitamento del sistema nervoso. Osservarlo è un po’ come quando si guarda un film leggermente accelerato.

Parla Alex, dice che vuole raccontare a me, che sono amico di Nardi, la sua versione dei fatti, la sua verità. Non vuole mettere in croce Daniele, ma la verità deve essere conosciuta, ne va dell’immagine dell’alpinismo italiano, dice.

L’altra sera l’ambasciatore Pontecorvo a cena aveva come ospiti d’onore Simone Moro e Tamara Lunger, con loro un imprenditore italiano che produce ceramiche a Lahore, due manager di un’azienda di elicotteri italiana e gli stretti collaboratori dell’ambasciatore.

Tamara era in scarsa forma, anche per le conseguenze del volo di decine di metri nei pressi di campo 4, aveva una caviglia gonfia e dolori un po’ dappertutto. È stata una conversazione piacevole, tanta attenzione agli elicotteri dei quali Simone è un esperto oltre che pilota.

Rientrato a casa ho ricevuto un messaggio da Alex Txikon che chiedeva di incontrarmi.

Alle 9 del mattino era in ufficio da me, con Ali Sadpara rasato e lindo, Igone ed un ragazzotto pakistano della loro agenzia.

La ragazza era tesa, come chi abbia da recriminare. Alex ha parlato per mezzora ed io ho ascoltato le rapide parole, le frasi, un racconto che mi ha fatto sentire a disagio.

Sapevo che Daniele Nardi non fosse in splendida forma: certo era allenato, ma forse mancava delle motivazioni dello scorso anno o forse l’ambiente era diverso. Inoltre sapevo che avesse problemi di raccolta fondi, era intuibile dall’insistenza con la quale promuoveva l’iniziativa di crowdfunding lanciata sul web.

Ma che la verità di Daniele e quella raccontata da Txikon e da Ali fosse così opposta mi ha sorpreso.

Me ne sono stato zitto ad ascoltare questo ragazzo spagnolo, visibilmente appassionato di montagna ed alpinismo, quasi invasato, ma anche preso dalla voglia di raccontarsi con immagini, video, perfino con un gps che registrava ogni suo movimento. Ho ascoltato cose precise, momenti, fatti accaduti, quasi tutti noti, ma diversamente interpretati. Insomma due versioni ed interpretazioni di una storia.

Non ho motivo di non credere a Txikon, d’altronde non ho una versione così specifica di Nardi se non le informazioni generiche lette sul suo sito o ricevute in tre brevi conversazioni su Skype avute con lui mentre era al campo base. Molti son convinti che io e Nardi ci parlassimo o chattassimo spesso, niente di più falso.

Certo in questi giorni ad Islamabad ho anche ascoltato Simone e gli ho chiesto qualche specifica informazione e spiegazione ed anche a Tamara. Daniele dice che è in grado di spiegare e che ha la coscienza a posto.

Che dire? Una vicenda particolare questa accaduta al Nanga tra Daniele ed Alex.

Il suo naso nero è paradigmatico di questa storia: una macchia scura, che segna un viso giovane e sorridente e produce l’intenso localizzato dolore.

Il Nanga gli ha concesso di salire in vetta, con Alì, che lassù è arrivato per primo, entrambi in gran forma. Anche Simone era in forma, anche se non è più un giovanotto (ma come dice un mio amico giornalista “una vecchia volpe”). Alex ce l’ha messa tutta, nessuno lo nega, nemmeno Nardi, e ha raccolto un formidabile risultato, ma si è bruciato il naso. Un prezzo accettabile, credo. Il dolore passerà.

Passerà anche a Nardi che pare convinto delle sue ragioni, ma dovrà, se vorrà, raccontarle per essere credibile.

Credo che la questione principale ed urgente ora sia quella di saldare alcuni conti ai ragazzi pakistani che hanno lavorato per Alex, Daniele ed anche per Simone.

Penso che questo atto sia il primo da compiere. Per farlo devono trovare un accordo Alex, che è il capospedizione, e gli altri protagonisti, per primo Daniele.

Se poi ognuno scrive le dieci ragioni per cui ce l’ha con l’altro e perché si sente vittima di un’azione ingiusta, allora forse capiremo qualcosa, ammesso che ci sia interesse a farci capire. Forse no e dovremo accontentarci di racconti diversi di queste giornate sulla parete Diamir del Nanga in inverno.

Bonatti ci tormentò non per se stesso, ma per la considerazione alta che aveva per la verità, ma forse ha ragione Txikon a cui non va giù che si paragoni questa storia a quella di Bonatti al K2: valori diversi in campo, dice. Probabilmente è vero.

Intanto Alex Txikon se ne torna a Skardu, anzi a Sadpara, che è un villaggio lungo la strada che porta sull’altopiano del Deosai. Ali porta il nome del suo villaggio ed insieme al suo amico festeggerà con la famiglia nel nome dell’orgoglio ritrovato degli uomini del Karakorum.

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2 Comments

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