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Film, Primo Piano

Sherpa – il commento di Maurizio Gallo

Un documentario girato senza badare a spese, con riprese anche spettacolari, sicuramente interessante, per chi non conosce bene il mondo del turismo legato all’Everest, che mi è sembrato però ispirato da una ideologia che caratterizza i critici dell’alpinismo nostalgici di un passato ormai non più ripetibile.

L’Everest è la montagna più alta del mondo e solo per questo attira l’interesse di un numero sempre più alto di persone, ormai più di 50000 ogni anno, e nello stesso tempo rappresenta la fortuna di tutto il Nepal e in particolare degli sherpa, i quali hanno fatto della valle del Khumbu una vera macchina da business offrendo servizi e confort inimmaginabili fino a pochi anni fa ed estendendo questi standard sempre più in alto, fino ai campi sulla montagna, al di sopra talvolta anche delle richieste: stiamo parlando di turismo di alto profilo, ormai paragonabile a quello offerto dai migliori pacchetti a cinque stelle.

Sul fatto che solo attraverso il lavoro degli sherpa è possibile agli alpinisti o ai turisti stranieri salire la montagna c’è poco da dire: è sempre stato così fin dai tempi di Hillary e Tenzig e la cosa vale a maggior ragione oggi quando sempre più spesso agli alpinisti si sostituiscono i “turisti d’alta quota”. È stato corretto porre l’accento sul fatto che a questo splendido lavoro non è stato dato il dovuto riconoscimento, soprattutto da parte degli alpinisti una volta tornati a casa, ma anche al campo base dove troppo spesso si vedono atteggiamenti stile colonialista poco rispettosi e talvolta pretenziosi, come risulta anche nel documentario.

Mi è sembrata invece superficiale la lettura che viene data, con toni sentimentalistici, sul lavoro in montagna per uno stipendio, per mantenere la famiglia, sapendo gli sherpa benissimo i rischi che si corrono, i quali vengono accettati in maniera sempre più professionale, come pure i frequenti riferimenti al ritorno al vivere di autoconsumo di patate, anche se sul tavolo delle case appaiono splendenti computer Apple! Come giusto è il premio, dopo anni di lavoro rischioso, che ha reso anche possibile, per quasi tutte le famiglie della valle coinvolte nel turismo, mandare i figli a studiare nelle migliori università americane.

Oggi gli sherpa che lavorano all’Everest vengono da valli secondarie spesso lontane, sono più giovani, vengono talvolta scelti anche perché si accontentano di stipendi più bassi, mentre gli sherpa del Khumbu sono diventati loro stessi gli organizzatori delle spedizioni commerciali, sostituendosi quasi completamente alle figure tipo Russel Brice (che emerge peraltro con tutta la sua ipocrisia e finta attenzione alla sicurezza degli sherpa stessi), estendendo le spedizioni commerciali anche in Pakistan e togliendo completamente il lavoro agli alpinisti pakistani ancora totalmente naif.

Volevo ricordare infine che in questi giorni assistiamo a ripetuti appelli di grandi alpinisti per incoraggiare i turisti e gli alpinisti a tornare in Nepal per rilanciarne l’economia in profonda crisi dopo il terremoto, ma nessuno si preoccupa del sovraffollamento, della riduzione delle royalty per favorire le spedizioni e del grande problema della gestione dei rifiuti conseguente.

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