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Nepal, continuiamo a provarci. A un anno dal terremoto.

Photo @Reuters: Navesh Chitra
Photo @Reuters: Navesh Chitra

KATHMANDU, Nepal – È passato un anno dal terremoto che il 25 aprile colpì il Nepal, un Paese che tutt’oggi continua a tremare. Morirono quasi 9 mila persone, oltre 24mila rimasero ferite, più un milione di case andarono distrutte o furono danneggiate.

Ci sono ancora 300 mila persone che vivono in condizioni difficili nelle città, ma anche nelle valli più colpite. Difficile dire se buona parte di queste già vivessero in condizioni estremamente difficili. Probabilmente si.

Alla povertà estrema ora si è aggiunta la paura e la rassegnazione totale.

Solo in alcune valli, quelle più turistiche – come la valle che da Lukla sale a Nanche Bazar e poi al monastero di Tengboche, fino ai 4200 metri di Periche, per proseguire per arrivare ai 5000 metri del ghiacciaio del Khumbu, verso il campo base dell’Everest – sono state ricostruite o sistemate molte delle scuole e delle principali strutture alberghiere: si è quasi pronti per riprendere la stagione turistica.

L’entusiasmo c’è, ma è difficile senza la maggior parte dei turisti, che prendevano l’aereo da Kathmandu e dopo un’oretta di volo, con qualche ansia, atterravano, prendevano un te, ingaggiavano i portatori e una guida e si incamminavano verso l’alto.

Sono soldi per le agenzie, ma anche per le strutture e i lavoratori locali. Ce n’è ancora qualcuno di turista, ma troppo pochi, ne servirebbero molti di più per risollevare le sorti del Nepal, ma la paura che attanaglia il cuore di questo popolo, in larga parte povero, rende pavidi anche i visitatori.

Son anche riprese le spedizioni alpinistiche sull’Everest, sull’Annapurna e sugli altri 8000 e 7000 metri del tetto del mondo. Primo tra tutti lo spagnolo Carlos Soria, settantenne decano dell’Himalaya, che ama le montagne e la gente nepalese, che per questioni di sicurezza lo scorso anno aveva rinunciato a salire l’Annapurna e che ora è impegnato nel supporto alle vittime del terremoto con i fondi che ha raccolto in Spagna. Ma molti, moltissimi sono i “rivoli”, nemmeno troppo piccoli, che hanno mantenuto vivo il Nepal e la sua gente. Spesso alimentati da alpinisti, comminatori di queste terre alte, che guardandosi in giro estasiati dalla natura hanno apprezzato l’amicizia e la generosità degli uomini, delle donne, dei bimbi. Poi ci sono le grandi organizzazioni non governative, come l’italiana Agire, Save The Children e molte altre che hanno lavorato duramente e bene, forse non proprio facilitate dalle autorità governative.

Ad oggi il 54% della popolazione sfollata vive ancora in ricoveri di fortuna, spesso, vicino alle case crollate, il 43% è potuta rientrare nelle proprie abitazioni, l’1% è ospitato da amici o parenti e solo l’1% vive nelle tende dei campi allestiti dopo terremoto. Percentuali drammatiche, ma migliori, per esempio, a quelle verificatesi dopo il devastante terremoto di Haiti del 2010. Certo è crudele classificare l’inefficienza e la miseria.

Nonostante l’impegno delle organizzazioni umanitarie, delle associazioni e dei singoli in Nepal di fatto la ricostruzione non è ancora partita e i 4,1 miliardi di dollari stanziati dalla conferenza dei donatori lo scorso giugno sono fermi nelle casse dello Stato.

Il Governo è inefficace perché bloccato da una crisi istituzionale che il sisma ha aggravato dopo gli anni delle lotte interne e della guerra civile, che non fece meno morti del terremoto.

L’approvazione della nuova Costituzione democratica, che avrebbe dovuto dare respiro a questo popolo, è stata accompagnata da scontri violenti delle minoranze oltranziste indù, che hanno evocato e ottenuto l’embargo indiano sul carburante e beni primari, con la conseguenza della chiusura delle frontiere e la crescita dell’inflazione.

C’è pure un Autorità Nazionale per la Ricostruzione, inaugurata solo il 16 gennaio scorso, ma anch’essa è molto in difficoltà nonostante gli annunci pubblici: dibattuta tra la ricostruzione dei monumenti storici e religiosi e le case civili. Di certo non sarà in grado di dar vita in tempi brevi al piano di ricostruzione di alloggi già previsto ed è difficile anche che riesca ad alleviare lo stato di profonda miseria di una quota importante della popolazione. Di certo ci provano. Dopo il monsone dello scorso anno, il pericolo di epidemie e l’inverno, passato spesso sotto teli e alloggi di fortuna, nei villaggi come Thame situati a oltre 3000 metri, si prospetta una replica drammatica, questa volta con buona parte delle risorse a disposizione.

Intanto la terra continua a tremare.

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