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Shackleton, la più grande avventura di tutti i tempi

TRENTO — Questo inverno avevamo seguito le avventure polari di due esploratori solitari. Il primo italiano, Michele Pontrandolfo, con molte esperienza nell’emisfero polare nord, che aveva in animo di traversare il Polo Sud con un percorso molto lungo: munito di snowkite era partito in solitaria lo scorso novembre, dalla costa di Novolazarevskaya, con l’intenzione di percorrere i 4000 Km che lo separavano dal Polo Sud geografico. Purtroppo la mancanza del vento, che potesse sospingerlo al traino della vela, lo ha costretto alla rinuncia dopo un mese circa di permanenza nello straordinario bagliore del Polo.

Henry Wosley, grande esperto del Polo Sud, era il diretto “concorrente”stagionale di Pontrandolfo. Dico “era” perché, dopo aver attraversato il Polo ed essere arrivato ad un centinaio di chilometri alla meta, è stato colto da un malore; soccorso è morto per una pancreatite. Wosley, che aveva alle spalle 36 anni di carriera nell’esercito di Sua Maestà la Regina Elisabetta, si era messo in testa di celebrare con questa sua impresa solitaria i cento anni della storica ed epica avventura dell’Imperial Trans-Antarctic Expedition, sotto il comando di Sir Ernest Shackleton, che salpò dall’Inghilterra per l’Antartide a bordo della Endurance ai primi di agosto del 1914.

Sarà Reinhold Messner al Trento Film Festival a omaggiare l’impresa di Shackleton nella ricorrenza del centenario con una delle serate evento più attese della rassegna, dal titolo “South! The last trip”, che andrà in scena questa sera, alle 21, all’Auditorium Santa Chiara.

608d1c70cfd447ffa4f5dcee6c1f4cf1_18“Quello dell’Endurance di Ernest Shackleton – ha spiegato Reinhold Messner – doveva essere l’ultimo viaggio nel senso della conclusiva e più difficile esplorazione del luogo più inesplorato e irraggiungibile della Terra, l’Antartide. Si trasformò nella più grande avventura di ogni tempo, a parte l’Odissea. Una prova di perseveranza, come dal profetico nome della nave che portò la spedizione verso la meta, e poi di resistenza, di ingegno e di competenza. Ma soprattutto un’incredibile dimostrazione della forza che può avere un’incrollabile fiducia e della capacità di tenerla viva, questa fiducia nell’impossibile salvezza, anche contro ogni evidenza logica”.

Il 1 agosto del 1914 Ernest Henry Shackleton, con altri ventisette uomini, salpò da Londra a bordo della nave Endurance con l’obiettivo di realizzare la traversata a piedi del continente antartico, partendo dal Mare di Weddell, fino al Mare di Ross.Il 19 gennaio del 1915, giunti nel Mare di Weddell, l’Endurance rimase però incastrata nel pack, andando alla deriva, fino all’affondamento (avvenuto il 21 novembre del 1915) a causa della pressione del ghiaccio.

tumblr_mdi22qimcc1r40l0to1_500Abbandonata la nave, Shackleton e l’equipaggio, vivranno una delle avventure più straordinarie mai vissute dall’uomo in ambienti estremi. Dopo mesi trascorsi sulla banchisa, con lo scioglimento dei ghiacci, a bordo di tre scialuppe di salvataggio, Shackleton e i suoi uomini riuscirono a raggiungere l’Isola Elephant, nelle Shetland Meridionali, dove le possibilità di essere soccorsi sarebbero state però nulle. Shackleton decise così di tentare di raggiungere con cinque uomini e la scialuppa James Caird (di solo sette metri) la Georgia del Sud per cercare aiuto. Il gruppo attraversò 870 miglia marine (circa 1.600 km) con condizioni meteorologiche terribili, riuscendo ad attraccare, dopo quindici giorni di navigazione in uno dei tratti di mare più pericolosi e difficili al mondo, nella Baia di Re Haakon.

Da lì Shackleton, con Tom Crean e Frank Worsley, in 36 ore, attraversò in condizioni climatiche proibitive 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud (compiendo il primo attraversamento della storia dell’isola) raggiungendo, il 20 maggio del 1916, la stazione baleniera di Stromness, da dove organizzerà i soccorsi per gli uomini rimasti sull’Isola Elephant. jamescairddrivenDopo quattro tentativi, il 30 agosto del 1916, con il rimorchiatore cileno Yelcho, riescì infine a trarre in salvo tutti i membri dell’equipaggio.

La reale portata esplorativa, marittima e perfino alpinistica dell’incredibile traversata effettuata da Shackleton fu compresa dall’opinione pubblica solo dopo anni dalla sua realizzazione. L’esploratore inglese fece qualcosa di straordinario, non solo; per avere salvato tutti i suoi uomini, ma perché, senza provviste, con materiali e attrezzature improvvisate, affrontò una vera e propria lotta per la sopravvivenza in zone estreme e inesplorate, con temperature oscillanti tra -2o° e -45°, onde alte decine di metri, ghiacciai e crepacci difficilissimi da superare.

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