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Alpinismo, Alta quota, Primo Piano

Hervé Barmasse, in vetta a 6230 m per acclimatarsi

KATHMANDU, Nepal – Hervé Barmasse ha voglia di correre, di allenarsi, anche se la neve bagnata rende viscide le rocce: bisogna acclimatarsi  e cosa c’è di meglio che salire una montagna  fino ai  6230 metri della vetta e poi scendere inseguiti dalla sfrigolio dell’elettricità che impregna l’aria.

Se queste sono le premesse ci aspettiamo che Hervé guardi con attenzione la parete del Nuptse e scelga con Daniele Bernasconi una via che onori la forma, ma anche la prestazione alpinistica. Da quelle parti le difficoltà non mancano certo.

Di seguito vi riportiamo il racconto di Barmasse sulla sua salita.

“Da solo, su una cima inviolata (così sembrerebbe) di 6230 m, per quello che è stato un lungo allenamento di 27 km, per 1600 metri di dislivello positivo e una difficoltà di 5+ (forse di più). Di certo non è una grande impresa… Eppure…
Esistono ancora piccole aree quotate senza nome, cime indipendenti, che non hanno forme slanciate e che non fanno curriculum e per questo motivo, spoglie di uomini, corde fisse e campi attrezzati. Sono vette minori. Il nulla se paragonate ai colossi himalayani… Eppure anche queste montagne regalano l’abc delle emozioni vissute durante scalate più importanti. Che stia diventando vecchio e dunque più sensibile? Dubito… Di certo esser da soli in montagna amplifica le emozioni, ed è il nostro vissuto che conta, quello che ci riempie il cuore e che dà un senso alle nostre azioni regalandoci anche il perché delle stesse.
Dicevo di questa giornata di allenamento che a un tratto mi pone di fronte una cresta di roccia che porta a una cima tra nuvole grigie e minacciose.
Il passaggio difficile lo incontro quasi subito. È uno strapiombo su roccia malferma che supero facilmente in salita ma che non saprei affrontare in discesa se non con una corda. Una corda che non ho. Perché in salita il peso lo scarichi sui piedi, sugli appoggi, e le rocce malferme le accarezzi con le mani, ma per scendere scalando dovrei tirare con più forza gli appigli e senza dubbio uno mi rimarrebbe in mano e la caduta stupida, quanto inevitabile, arriverebbe di certo… Per fortuna i miei avi della Valtorunenche, cacciatori e bracconieri, mi hanno regalato un po’ del loro istinto e in parete vedo alcune cenge sulle quali correrebbero i camosci e che aggirano l’ostacolo regalandomi la soluzione per la discesa… Poi incontro la neve inconsistente, il dubbio se andare avanti e la vetta così vicina. Un passo alla volta, i brividi della neve che scompare sotto i piedi per centinaia di metri e poi la cima… E in cima le mosche. Non quelle fastidiose di inizio primavera… Quelle che ronzano invisibili quando l’aria si carica di elettricità e preannuncia il fulmine… Non rimane che scendere in fretta. Scappare e scampare… L’allenamento è stato più di ciò che avevo previsto. A lenti passi sotto una leggera nevicata rientro sui sentieri che portano a Chhukung…”

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