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Michele Comi: “Melloblocco, il raduno che vanta innumerevoli tentativi di imitazione”

Michele Comi, guida alpina, è l’ideatore, assieme al collega ed amico Nicolò Berzi, di quello che è divenuto il più importante incontro di bouldering mondiale: Il Melloblocco. Oramai arrivato alla sua 13esima edizione, Michele ci racconta il passato, ma anche il presente ed il futuro del più grande raduno di arrampicata, che, nella splendida cornice della Val di Mello, offre a tutti la possibilità di arrampicare sui meravigliosi blocchi di granito vicino ai campioni mondiali della disciplina.

 

Partiamo dall’inizio. L’idea Melloblocco quando e come è venuta?

L’idea del Melloblocco risale al 2003, quando assieme all’amico e collega Nicolò Berzi, guida alpina, proponemmo al Collegio delle Guide Lombarde di organizzare un raduno di arrampicata in ambiente naturale dedicato al bouldering. Siamo andati anche contro corrente: le guide alpine erano indentificate con le creste e le pareti, non certo con i sassi alti pochi metri. Sfidando anche un po’ il sentire comune della categoria e grazie alla sensibilità ed all’apertura dell’allora presidente Togni, riuscimmo così a mettere in piedi la prima edizione del Melloblocco, anche con dei partner tecnici importanti. Partimmo con il botto, perché ci furono subito 400/500 partecipanti, tra cui gli arrampicatori più forti del momento, come Sherma a Calibani. Fu una graditissima sorpresa vedere questo popolo del bouldering in erba rispondere con grande allegria e partecipazione.

Quanto corrisponde l’idea iniziale con quello che è il Melloblocco oggi?

Possiamo dire che non si è snaturata molto l’idea originaria, anzi ha seguito il medesimo file conduttore, ovvero un raduno in ambiente naturale dove ci si relaziona con questo ambiente, ci si adatta e non si crea un‘infrastrutturazione. I massi disseminati nella Val di Mello sono l’essenza dell’evento: vi è un legame profondo con la realtà ambientale e questo si è mantenuto. Nell’idea originaria, in qualità di guide alpine, si pensava prendere ogni anno un po’ di quota, così da attrarre questi giovani ragazzi verso luoghi un po’ più alti, che sono poi il luogo di lavoro delle guide. Ci fu poi il passaggio di consegna: un collegio professionale come quello delle guide alpine avviò nel primo triennio questa macchina per poi passare il testimone, svolgendo così al meglio il suo ruolo, agli operatori locali, quindi al Comune per un paio di anni, finché passò all’associazione degli operatori. Rimasi io, la figura fondamentale di Nicola Noè, che ci fu fin dall’inizio soprattutto per tutto quello che riguarda i rapporti con il mondo internazionale degli atleti, e poi Stefano Scetti, l’attuale presidente del consorzio turistico, ossia il referente tra logistica ed ospitalità locale. L’idea originale quindi si è mantenuta, si sono solo ampliati i numeri, l’offerta e tutto quello che è l’attività di corredo, come i seminari, i workshop, le serate, la musica, però mantenendo il filone originario di raduno nella natura, che parte da lontano con il sassismo, tant’è che la dizione originaria è rimasta la stessa: raduno internazionale di sassisti.

Cosa è il Melloblocco? È semplicemente un incontro di climber tecnicisti o è un modo di pensare o di arrampicare?
Non c’è una risposta univoca, perché come ripetiamo da un po’, noi siamo dei facilitatori di esperienze, poi ognuno trova il proprio Melloblocco: c’è l’atleta professionista, c’è l’appassionato di alto livello che scala su difficoltà da top climber, c’è il semplice curioso, il neofita, l’appassionato o la famiglia. Questo è il punto di forza di questo incontro.

Il Melloblocco trae la sua linfa vitale nella Val di Mello, si poteva organizzare in un altro posto?
No, è un prodotto fortemente identitario: il granito della Val Masino c’è solo qua. Il Melloblocco è un po’ come nella settimana enigmistica dove in basso c’è scritto “il periodico che venta innumerevoli tentativi di imitazione”: sono fioriti negli anni decine di raduni e per noi è un apprezzamento, vuol dire che la formula funzione, però di Melloblocco ce ne è uno perché c’è questo innesto unico con questo luogo, solo qui può funzionare in questo modo.

Cos’è e cosa rappresenta la Val di Mello per l’arrampicata europea e italiana?
Bisogna tenere un senso della misura. Ad oggi la Val di Mello e la Val Masino sono, per quantità e qualità di blocchi, tra le più importanti zone a livello europeo, soprattutto in un contesto alpino così particolare: la distanza è infatti breve tra il blocco di fondo valle e le grandi vette del Masino, come il Badile, il Cengalo il Disgrazia, dove troviamo anche neve e ghiaccio. Questa è l’originalità che la contraddistingue, non tanto per un numero assoluto di passaggi, perché ci sono zone altrettanto belle ed affascianti.

Tre nomi che hanno fatto la storia del pensiero e dell’arrampicata della Val Di Mello
Ce ne sono tanti. In modo provocatorio potrei dire il Reverendo Coolidge che salì per primo il Badile nel 1867. Ci sono stati però veramente molti personaggi, basti pensare al gruppo sassista, che ha tracciato, per tutti noi che arriviamo della generazione successiva, la strada, ossia questo senso di libertà per cui era bello scalare per il puro piacere di farlo senza dover raggiungere delle vette ad ogni costo.

Il Melloblocco non è un gioco e non è una competizione, come lo possiamo definire? 

Tutti gli anni anche noi ci chiediamo cosa è il Melloblocco, ma non è inquadrabile: basta scorrere l’elenco dei pre-iscritti e ti chiedi cosa ci fanno in Val Masino due turchi, dieci lituani, un colombiano e dei pakistani. C’è un miscuglio di passione comune, che poi si innesta durante in questi giorni. Questo è anche il segreto che consente ad una quantità non irrilevante di persone di dispendersi: c’è una densità che si può sostenere ed un clima di tranquillità. Il problema di concentrare le persone su ecosistemi delicati, come quello della Val di Mello, è qualcosa da tenere presente. Sin dall’inizio c’è la raccomandazione di adattare dei comportamenti consoni alla diversità di ogni luogo e la risposta è sempre stata molto positiva.

Il lato competitivo del Melloblocco come si concilia con lo spirito di chi dice che l’arrampicata è libertà totale?

Noi abbiamo sempre scritto solo chi ha risolto dei problemi, chi ha risolto dei passaggi; chiaramente quelli a montepremi rappresentano l’élite mondiale dell’arrampicata. Il Melloblocco è un modo per confrontarsi, di vedere come cresce il livello, di coinvolgere i ragazzi. Certo che c’è una sorta di competizione, però non è una gara, tant’è che al Melloblocco partecipano tanti atleti che non sono magari al top della forma e che probabilmente in una competizione ufficiale non parteciperebbero, ima che vengono al Melloblocco magari fanno altro: arrampicano con gli amici, accompagnano i compagni o le famiglie o semplicemente fanno dei passaggi molto più facili di quelli che potrebbero fare quando sono al massimo delle forma.

Ci sono stati grandi nomi e grandi dell’arrampicata mondiale al Melloblocco. La prima edizione fu vinta per gli uomini di Sharma, molte nel corso degli anni dal Ondra, tanti anche gli italiani basti pensare a Ghisolfi l’anno scorso. Quali sono stati tre arrampicatori che hanno meglio interpretato lo spirito del Melloblocco?

Ne ho visti veramente tanti che mi hanno colpito. Potrei dire, dato che non sono propriamente un gigante, che quando vedo arrampicatori del calibro del canadese Sean Mccoll, che è un tipetto piccoletto, che guizza come un felino ed arriva agli appigli che Ondra, alto 30 cm in più, prende mi affascina. In altre discipline non c’è una diversità morfologica così grande tra chi le pratica: il maratoneta di 80 kg che vince le olimpiadi non esiste, mentre qui abbiamo dal punto di vista fisico degli arrampicatori piuttosto diversi che superano i medesimi passaggi. L’arrampicata è un’attività particolarmente complessa e si esprime anche partendo da due macchine fisiche molto diverse. Questa è una cosa che mi ha sempre affascinato dal punto di visto sportivo.

 Un po’ di numeri. Siamo alla 13esima edizione. Nel 2004 gli iscritti erano poco più di 400, l’anno scorso erano 2500 con più di 5000 presenze. Cosa ti aspetti da questa edizione?
La Val di Mello non deve mirare alle 15/20 mila presenze perché ci sono dei limiti strutturali. Questi sono numeri che da un paio di anni si sono assestati e va benissimo così, sarebbe anche sbagliato puntare ad avere più persone perché poi ci sarebbero problemi di viabilità ed ospitalità.

 Chi sono i tracciatori quest’anno?
Lo storico tracciatore, a parte un anno con una partentesi nel 2006 con Jacky Godoffe, è sempre stato Simone Pedeferri, che disegna e tira fuori dal cilindro passaggi molto belli ed apprezzati da tanti anni. Oramai siamo diventati un must: le persone tornano e riarrampicano le vie anche una volta terminato il Melloblocco.

Cosa ci si aspetta quest’anno sul piano tecnico? Quali i tracciati più difficili, i livelli di difficoltà raggiunti e raggiungibili?
Come consuetudine Simone prepara una dozzina di passaggi per gli uomini ed altrettanti per le donne. Le difficoltà a montepremi negli anni sono sempre cresciute, ma siccome gli atleti hanno solo tre giorni per provarli, non si propongono dei passaggi di difficoltà assoluto, altrimenti li dovrebbero preparare per mesi. Comunque ci sono dei passaggi ai vertici della disciplina, ben oltre il grado 8, che poi si assesterà una volta saliti.

Quale è il vero premio del Melloblocco? La gloria di un momento? Il montepremi? il divertimento dell’arrampicare e del superare alcuni limiti?

Di certo non il montepremi. Noi non abbiamo mai pagato per chiamare atleti di spicco, ma abbiamo deciso di riconoscere, attraverso il montepremi, una sorta di rimborso spese, così magari i giovanissimi o i tanti che vengono dall’estero tornano a casa con il loro piccolo rimborso, che però non è il premio che rimane dopo aver fatto il Melloblocco. Ciò che rimane è il luogo, l’atmosfera condita anche da prestazioni dal punto di vista tecnico di assoluto rilievo mondiale.

Oltre a questo il Melloblocco è anche amore per il territorio e per la natura?

È il messaggio che cerchiamo di dare fin dall’inizio, sempre con misura ed equilibrio: tanta gente non ha un impatto zero. Il Melloblocco ci sembra una sintesi ben riuscita perché non richiede infrastrutture, ma un’organizzazione estremamente leggera. Alla fine questi blocchi sono solo qui ed uno ci torna e ci riarrampica. C’è anche un cambio generazionale, per cui i ragazzini che erano nel passeggino con i papà adesso sono magari gli atleti che partecipano ai blocchi a montepremi e questo è un bel segnale.

Il Melloblocco è indubbiamente un pezzo di storia dell’arrampicata. Possiamo dire che anche Michele Comi, con il Melloblocco, si è guadagnato una piccola sedia nella storia dell’arrampicata?

No. Alla fine c’è soddisfazione nel aver incanalato ed aver ascoltato questo mondo, però il Melloblocco è il frutto di un lavoro di squadra: io, Nicola Noè e Stefano Scetti siamo veramente intercambiabili. Inoltre le energie positive sono state tante e pervengono dai mondi più disparati: dal tracciatore che dedica energia alle sue creazioni, allo sponsor collaborativo che mette in campo delle iniziative in sintonia con il raduno fino alle tante persone che magari lavorano nelle retrovie, ma rendono possibile tutto questo.

Parliamo del futuro. Esiste un futuro luminoso per il Melloblocco e la Val di Mello?
Tutti gli anni diciamo basta, è l’ultimo, adesso andrà da sé. La normale evoluzione di un evento come questo è che diventi un Melloblocco “diffuso”: ogni giornata dell’anno questa valle può accogliere un buon numero di persone da tutto il mondo. La comunità locale deve adottare definitivamente queste rocce e questi ambienti come elemento trainante della loro identità e della loro economia.

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1 Comment

  1. Tre volte grazie ancora per questa opportunità, vado al Melloblocco da alcuni anni e mi piace seguire gli atleti nella gara tra i grandi sassisti mondiali, è davvero un gioco in totale sicurezza con zone di caduta preparate per l’occasione. Non vedo l’ora di sapere quale dei big vincerà quest’anno. Sono perplesso sulla appllicazione telefonica, non l’ho ancora scaricata ma penso che un po’ di ricerca visiva di dove arrampicare sia meglio che tutta questa tecnologia, forse nella natura stona un po’ e ne abbiamo già abbastanza in città. Complimenti!!!!

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