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Lorry, il K2 e le donne

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Lorenzo al campo base prima di partire per le vetta del K2

Quel giorno Lorenzo sapeva. È la prima cosa che mi è passata per la testa quando ieri mi hanno chiesto di scrivere di Lui. Il K2. Quella era la montagna che voleva salire, alla faccia di tutti, perché pensava che fosse una montagna talmente bella che lui proprio doveva averla. Come per le sue donne. Amava la montagna, l’arrampicata e anche i Ragni. Lorenzo era biondo e bello e amava le donne, lo diceva lui, meglio di come arrampicava. Lui biondo, Marco, che era il suo amico, non altri, è moro. Insieme per anni in montagna e nella notte. Lorenzo e Marco. Erano due esseri in ” perenne tensione amorosa”, sentivano l’odore di donna a chilometri di distanza. Ma che scrivo? Lorenzo è un ragazzo morto sul K2 nel 1996. Quanto tempo! Vent’anni.

Avevi mentito. Anzi avevi chiuso la radio evitando che ti si suggerisse di rinunciare. O magari potevi aspettare 24 ore e salire col Verza. Invece no! Hai deciso per il K2, in quel giorno. “Ogni lasciata è persa”. Sulla “spalla” del K2 a 7400 metri, l’anima e la mente dialogano dentro sinapsi controllate dalla fatica, dall’ipossia, dalla determinazione precostituita di arrivare in cima. Il K2 era per Lorenzo in quel momento la più attraente delle donne del mondo.
Finalmente, per ultimo, a 8.611 metri. Tardi, affaticato, distrutto ma immensamente felice. Mario ti aveva aspettato per il tempo necessario perché tu ti rendessi conto e guardassi il mondo da lassù. Poi scendendo ti sei perso nella notte. Giampietro ti ha cercato fino all’alba. Ero con Marco al base e abbiamo stretto i denti e i pugni fino al dolore, tutta la notte, mentre Giampy urlava il tuo nome nel freddo siderale sopra la spalla e poi al collo di bottiglia e poi fin in fondo al traverso.

Il telefono, di quanta gioia e dolore è portatore simultaneo? Come dire a tua madre che eri sparito nella verticale della parete? Che ti abbiamo ritrovato e poi affidato al K2. Sei poi rimasto per tanto tempo sul seracco pensile al centro della tua montagna che come un grande petalo bianco ti aveva trattenuto.

Paragonato a Lorenzo e Marco io ero meno d’un dilettante. Al base la loro passione per i capelli, il viso e le forme sinuose delle donne, in arrampicata, era strabordante.  Certo il gesto sportivo e lo stile avevano un senso e il cielo era quasi sempre azzurro, anche sotto un temporale e la felicità, cercata, voluta, imposta, era sempre l’obbiettivo. Infantile? Forse, ma di realmente infantile Lorenzo aveva poco. Era invece quello il suo tempo e voleva goderselo.

Voleva anche quel suo K2, per sé e per i Ragni: l’ha salito ed il prezzo è stato per lui fatale, per noi una catastrofe, ma la sua umanità appassionata ha dato vita a buone iniziative come l’ospedalino di Askole e la passione di chi l’ha saputo far funzionare sino ad oggi.

Ho riletto in questi giorni un bel libro, scritto da una donna di patria lecchese, che dentro l’alpinismo della Grigna ha radici, anima e corpo, ma che ha anche una grande visione storico culturale dell’alpinismo, Mirella Tenderini. Leggere la riedizione della biografia di Gary Hemming è stato come riscoprire il pensiero tormentato di una grande stagione dell’alpinismo, della passione, dell’intelligenza del furore e dell’amicizia degli alpinisti, anche della loro umanità, dei loro amori, talvolta disinvolti, appassionati, folli. Lorenzo seppur in tempi diversi era un po’ Gary: più nostrano, certo, meno problematico, sicuro. Ma il DNA dell’amore all inclusive per la montagna e la vita era lo stesso.

Stasera a Lecco, Lorenzo verrà ricordato in una serata organizzata dalle associazioni Amici di Lorenzo e Namaste Bulciago-Lecco e dal Cai sezione di Lecco Riccardo Cassin. Per maggiori informazioni, qui.

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