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Andrew Lock: “alpinisti o clienti di grande esperienza?”

Andrew Lock è un alpinista australiano, che ha salito i 14 ottomila ed ha anche una importante esperienza per aver gestito spedizioni commerciali. La sua opinione, che ha scritto sul proprio profilo Facebook, ci pare particolarmente importante perché da conto di cosa pensano gli altri, fuori dall’Europa, e la misura, con distacco professionale e buon senso, di quel che accade in Himalaya e Karakorum senza cadere nella polemica ideologica e nell’isteria delle tifoserie.

“Un’altra morte inutile sull’Everest? Mi è dispiaciuto sentire che una donna australiana è morta sull’Everest negli ultimi giorni e che anche un secondo membro della stessa squadra ha perso la vita, separatamente, ma nello stesso tentativo di vetta. Ho fatto circa 10 interviste in relazione a quest’ultimo incidente, tutti chiedono come degli alpinisti esperti possano morire per l’altitudine in questo modo. Mi chiedo, tuttavia, se le vittime erano degli esperti alpinisti oppure dei clienti di grande esperienza. Questa è una grande differenza, perché a prescindere da quante volte siano stati guidati su delle montagne, i clienti dipendono da altri per una leadership appropriata, per la gestione del rischio e  dell’alta quota, che include una profonda comprensione dell’altitudine e di come questa impatti sulla sfera psicologica e in altri aspetti.

Le positive esperienze nei paesi occidentali, a causa di una corretta regolamentazione del mercato, dell’”alpinismo guidato” creano l’aspettativa che la maggior parte delle guide siano eccellenti professionisti. Come dovrebbero essere. Non c’è una tale normativa in Himalaya. Non c’è n’é l’esigenza e non c’è la capacità di valutazione, la formazione, le qualifiche e l’esperienza di gestione del rischio o le capacità di leadership tra i capo spedizione, le guide e le squadre di supporto. Allo stesso modo, non vi è alcun obbligo per le guide o i clienti di avere scalato degli 8000 metri prima di affrontare l’Everest. Di conseguenza c’è una moltitudine di società che offrono “ascensioni guidate”, sull’Everest e su molti altri picchi, con standard differenti e per clienti con più o meno esperienza.

La vera causa di queste morti sfortunate non è ancora chiara, anche se, senza dubbio, ha contribuito l’altitudine. Qualunque sia la causa fisiologica, però, la vera domanda è: perché i segni e i sintomi non sono stati riconosciuti abbastanza presto per impedire la morte? Una persona può sfuggire al controllo, forse. Ma due?

Imparare a scalare nell’ambito delle proprie capacità ed esperienza, senza guide, sembra essere andato ampiamente fuori moda. Ok, questo è il modo in cui le cose si sono evolute, ma se c’è qualcosa da imparare da questi morti è questo. L’ Everest è alto, come è sempre stato, come lo sono gli altri 8000. Il fatto che sia sopraffatto da una mancanza di regolamentazione ed irresponsabile affarismo non lo rende più sicuro. Gli operatori di fascia bassa possono rivendicare impressionanti statistiche relative alle vette, ma il fatto che ci siano guide che non possiedono una capacità e un’esperienza in linea con gli standard internazionali potrebbe far sì che queste non abbiano abilità di comando e supervisione sufficienti da poter identificare le criticità emergenti, prima che diventino un problema. Se decidi di affidare al altri la responsabilità della tua salita e discesa, assicurati che l’agenzia che scegli abbia i massimi standard. Non è una questione di essere discriminatori, ma pratici ed onesti da un punto di vista della gestione del rischio. Costerà di più e non avrai una garanzia di successo, ma sicuramente avrai più possibilità di tornare a casa.”

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