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Alpinismo, Primo Piano

Colin Haley, la prima solitaria di Infinite Spur su Sultana si trasforma in un incubo

Colin Haley, dopo averci stupito con prestazioni stellari questo inverno in Patagonia, si è spostato in Alaska per effettuare la prima solitaria della via Infinite Spur sulla parete sud del monte Foraker, che l’alpinista statunitense chiama con il nome indigeno, ossia Sultana.

L’alpinista, come racconta lui stesso sul suo blog, è arrivato al Kahiltna Basecamp il 2 maggio con Rob Smith. L’acclimatamento è avvenuto salendo la via classica West Buttress del McKinley, la cui vetta è stata raggiunta il 15 maggio (la 13esima volta per Haley). La mattina del 27 maggio Haley e Smith si sono spostati sulla parete sud di Sultana ed hanno iniziato a salire Infinite Spur e, seguendo le tracce di tre inglesi nella prima metà della via, hanno raggiunto la cima dopo 18 ore e 20 minuti. I due sono scesi senza difficoltà lungo la Sultana Ridge, che avevano tentato di salire durante l’acclimatamento qualche giorno prima dovendo però rinunciare a causa del cattivo tempo.

Dopo la vetta, Smith è tornato a casa, lasciando Haley da solo al campo base, pronto per il suo tentativo di solitaria, che è avvenuto il primo giugno.

Haley è partito alle 03.43, piuttosto leggero: “ramponi, piccozze, casco, una cintura Swami, cordini per le piccozze, due moschettoni portachiavi per clippare le piccozze all’imbrago” e solo 15m di corda da 5mm, presa in prestito da tre alpinisti inglesi. La salita è proseguita in modo tranquillo e senza difficoltà, malgrado un prolungato tratto di ghiaccio blu sulla parte superiore della “Knife Edge Ridge”. L’unica parte in cui ha dovuto arrampicare lentamente per motivi di sicurezza, dato che era slegato, è stata nella “Black Band”, che ha necessitato più di un’ora malgrado fosse una sezione lunga solo due tiri. Alle 11.20 la Knife Ridge era completata e, dopo un’ora di riposo, alle 16.18 Haley era in vetta dopo solo 12 ore e 29 minuti.

Purtroppo, il momento felice per l’ottima prestazione da lì a poco si sarebbe trasformato in un incubo. La discesa è avvenuta senza intoppi per i primi 1500 metri lungo la via giapponese, ma verso le 17.45 il tempo è cambiato trasformando il rientro in una vera e propria lotta per la sopravvivenza nella bufera di neve e con la visibilità ridotta a zero.

Ci sono volute quasi 48 ore per raggiungere il campo base, 48 ore in cui la discesa si è trasformata in un “lunga, straziante confusione, vissuta interamente nella tempesta, in cui sono stato progressivamente privato del sonno”.

La preoccupazione non era più rivolta ai crepacci, ma a trovare la via per scendere data l’assenza di visibilità, che ha costretto l’alpinista a sprecare le preziose energie salendo e scendendo più volte i medesimi tratti dopo essersi accorto di aver deviato rispetto alla via. Da qui la decisione di Haley di muoversi solo quando la visibilità lo avrebbe permesso, costringendolo, in un’occasione, a rimanere fermo per oltre sei ore seduto sul proprio zaino tenendosi caldo con semplici esercizi e facendo dei sonnellini, appoggiato alle ginocchia, per massimo 5 minuti. “Battere la pista è stato un lavoro brutale. […] Credo di aver trascorso 2-3 km letteralmente strisciando sulle mani e sulle ginocchia” ed aggiunge “Fortunatamente, nonostante la bufera di neve e l’orrenda visibilità, per la maggior parte del tempo il vento era forte abbastanza da pungermi il viso e farmi sentire freddo, ma non era un vento di quel tipo che ti uccide”. Ad aggravare la situazione anche la mancanza di cibo, acqua, la stanchezza, il malessere. Solo alle 01.00 circa del 3 giugno, dopo aver disceso altri pendii carichi di neve sul Mt. Crosson, Haley è riuscito finalmente a rientrare al campo base di Kahiltna alle 19:30 del 3 giugno, 84 ore dopo essere partito.

“Durante la discesa spesso ero molto preoccupato per la mia sopravvivenza, una sensazione molto spaventosa e che ho sperimentato molto raramente nei miei anni a scalare montagne – ha commentato Haley, aggiungendo – Credo di essere riuscito a salire in solitaria la Infinite Spur in uno stile divertente e sportivo. Per caso ho avuto tutta l’avventura che mai avrei voluto avere e molto di più. Sono orgoglioso di aver fatto la prima solitaria di Infinite Spur e sono orgoglioso di essere riuscito a salire la via abbastanza rapidamente, ma alla fine non è “valsa la pena” per quanto riguarda tutti i rischi che ho dovuto affrontare. Se le cose fossero andate come avevo previsto e sperato, la discesa sarebbe stata abbastanza rischiosa, ma comunque ne sarebbe valsa la pena. Per come sono andate le cose, è stato semplicemente troppo pericoloso e di questo non vado fiero. Tuttavia, sono orgoglioso di aver mantenuto sempre il controllo, di aver preso le decisioni più sicure, e di essere tornato senza incidenti data la difficoltà della situazione”.

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