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Wanda Rutkiewicz, prima donna sul K2. Il dolore di un successo

Gianni, Tullio, Benoit ed io. Avevamo deciso di approfittare delle ultime giornate di bel tempo per salire fino a campo due, al tre e forse alla spalla del K2. Gianni sperava anche di più. Il 21 giugno erano morti due ragazzi della spedizione americana sotto un’enorme valanga partita alla Sella Negrotto, lungo la parte iniziale della Magic Line, che Renato Casarotto, loro e la nostra spedizione voleva salire. Quelle successive erano state giornate di sole e sereno incredibili, ma di malessere per tutti noi. Poi la decisione. Una prova per vedere come buttava sullo Sperone Abruzzi, che a quel punto avevamo scelto avendo rinunciato alla Magia della Linea ipotizzata con grande senso estetico da Messner, sullo sperone sud ovest.

Agostino Da Polenza, Tullio Vidoni e Gianni Calcagno in una foto scattata da Benoit Chamoux
Agostino Da Polenza, Tullio Vidoni e Gianni Calcagno in una foto scattata da Benoit Chamoux

Lasciammo il campo base e ce ne andammo di notte, di fretta, senza parlare, salendo passo dopo passo fin a trovarci la sera a campo due a 6650 metri a piazzare le nostre tendine. Io ero con Benoit, che nello zaino, che dubitavo eccessivamente piccolo, aveva non una tendina, come mi aveva assicurato, ma un sacco da bivacco doppio da legare con due fettucce a un paio di chiodi. Ci mettemmo a ridosso della parete sopra lo scivolo di ghiaccio dove di solito si scava per incastonarci le tende e passai una notte orrenda. Il mattino successivo salimmo la piramide nera, di sbieco fino al risalto del ghiacciaio che vi si affaccia, lo superammo su una corda penzolante e continuammo a salire. Il vento aveva rinforzato e le raffiche portavano nevischio e filamenti di nuvola fino a diventare bufera. Noi dritti nella neve, verso l’alto, a cercare nel grigiore indefinito il campo tre. Incrociammo il basco Mari Abrego e il suo compagno in discesa, sfiniti, scendevano dalla vetta. Erano saliti con Maurice e Liliane Barrard e con Wanda. Ci indicarono che il campo era poco più su e noi decidemmo di salire ancora. Gianni pensava ancora a forzare verso l’alto.

Un muro bianco e sotto le due sagome scure: in una tenda c’erano Wanda Rutkiewicz e Michel Parmentier. Montammo le tende e comprendemmo che due giorni prima i 3 francesi con Wanda erano saliti in vetta al K2, insieme ai baschi. Lilianne e Wanda erano le prime due donne a mettere piede sulla sommità della montagna che di li a qualche tempo sarebbe stata considerata la più maschilista della storia dell’alpinismo. Avevano poi bivaccato il giorno stesso a 8300 metri e lì si erano divisi. Michel e Wanda erano scesi fino a campo 3 ed erano in tenda in preda ai dubbi per i loro compagni che non vedevano da oltre 30 ore. La bufera si scatenò con tutta la violenza di cui è capace sul K2 e non fu facile dare una mano ai nostri sfortunati amici. Gianni preparava acqua per tutti, Wanda delirava ossessionata dal desiderio di uscire e andare incontro ai suoi amici, io ero impegnato con Benoit a tenere salve le nostre tendine e l’acqua di Gianni.

I coniugi Barrard non tornarono più, li considerammo dispersi e solo qualche anno dopo si trovarono i loro corpi alla base del K2, scivolati con le valanghe.

Wanda scese la mattina dopo con noi, ma si perse nella bufera orrenda lungo il nevaio prima della piramide nera, raggiunse campo due dove bivaccò e poi scese a campo uno dove la recuperò Kurt Diemberger che con Julie Tullis era lì. Poi accompagnata da alcuni amici che gli erano andati incontro raggiunse il campo base.

Una donna in cima al K2. Wanda lo aveva desiderato con tutta la sua polacca determinazione e c’era riuscita. Il prezzo per la loro spedizione era stato altissimo. Di lì a qualche settimana anche Julie raggiunse la vetta insieme a Kurt: vennero anche loro inghiottiti dalla bufera e Julie morì di sfinimento. Fu l’estate tragica del K2, altri lasciarono la loro vita sulla grande montagna, anche l’amico Renato Casarotto ricordato di recente nella sua Vicenza, per volere del Film Festival di Trento.

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