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Sulle tracce dei ghiacciai – Ande 2016: attività scientifiche sul ghiacciaio Exploradores

Di seguito riportiamo il racconto ed il video di Fabiano Ventura, pubblicato da macromicro, di questa quinta tappa della spedizione “Sulle Tracce dei Ghiacciai – Ande 2016” dedicata alla ricerca scientifica sul ghiacciaio Exploradores.

“Il 18 marzo, partiamo da El Calafate (Argentina) per raggiungere il team di ingegneri e geologi a Balmaceda in Cile per poi proseguire il giorno seguente con le jeep verso la località da cui raggiungeremo il ghiacciaio Exploradores per poter svolgere le attività scientifiche di monitoraggio.


Il viaggio sarà lungo più di 36 ore, prima in bus poi in auto poi in nave e di nuovo in auto per proseguire poi con le jeep che noleggeremo.

Arrivati il giorno seguente al paese di Porto Rio Tranquillo, dopo aver percorso circa 200 km sulla bellissima Carretera Australe, ci mettiamo subito in contatto con il CONAF per il rilascio dei permessi scientifici.

Le attività previste sono molteplici, i glaciologi del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università Statale di Milano vogliono determinare la velocità superficiale e i tassi di fusione del ghiacciaio Exploradores; mentre l’attività fotogrammetrica e geomatica, che abbiamo previsto con gli ingegneri del Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale dell’Università di Roma “La Sapienza”, avranno lo scopo di realizzare un modello 3D della fronte del ghiacciaio attraverso molteplici transetti fotografici georeferenziati e una post produzione con software specifici.

Dopo un po’ di burocrazia per la finalizzazione del permesso partiamo per il primo sopralluogo ma non appena iniziamo a lavorare sul campo siamo subito fermati da una guida locale che ci chiede se avevamo il permesso. La guida però risulta molto simpatica e comprensiva e ci lascia lavorare nonostante non avessimo ancora il permesso ufficiale.

Ad una prima vista il ghiacciaio risulta molto esteso, le sue morene terminali, da cui avevo previsto la realizzazione della maggior parte dei transetti fotografici risultano a tratti pericolose per la loro instabilità e grande quantità di vegetazione. Il terzo giorno posizioniamo la stazione GPS ed effettuiamo i primi test che risultano complicati per via del segnale non sempre presente.
Ogni sera, tornati a casa, scarichiamo le fotografie e facciamo subito dei primi test di processing mettendo a dura prova i Mac Book Pro.

I giorni successivi, forti dei primi risultati positivi, iniziamo a estendere il nostro raggio d’azione e ci avventuriamo con il machete alla mano scavando dei veri e propri tunnel nella fitta vegetazione. Arrivati alla base della morena centrale del ghiacciaio, pieni di tagli e lividi per via delle numerose cadute, decido di salire solo fino a metà pendio, anche se molto pericoloso, per via di possibili cadute di massi instabili. La sommità della morena è invasa da alberi molto alti che potrebbero coprire il GPS dalla portata dei satelliti compromettendone la precisione.

Dopo una settimana di lavoro sul campo e di rendering infiniti Andrea e Martina finalmente mi fanno vedere una prima bozza del modello 3D. A prima vista la qualità in termini di risoluzione non è altissima ma l’effetto nel vedere una massa glaciale così grande in versione digitale e 3D è veramente emozionante. La mia prima richiesta da fotografo e divulgatore è quella di poter aumentare la risoluzione e la realisticità dei colori. Mattia e Martina mi tranquillizzano subito confermandomi che una volta tornati in Italia si potranno renderizzare le texture in modo più opportuno con i super computer dell’università e mappare di nuovo tutti i poligoni del modello con un effetto molto realistico.

Il mio pensiero a quel punto va subito alla possibilità di utilizzare questo modello 3D foto-realistico per una video installazione grazie alla quale mostrare con effetti interattivi, il ghiacciaio in movimento agli studenti, potendo così spiegare la sua complessa dinamica e l’importanza del loro monitoraggio per lo studio delle variazioni climatiche.

Da un punto di vista quantitativo invece il metodo fotogrammetrico diretto, in cui la maggior parte delle immagini viene georeferenziata con il GPS, risulta subito efficace sia in termini di tempi sia di organizzazione logistica. Il bello di questo nuovo metodo, infatti, oltre quello di essere molto preciso, è che non rende necessario l’utilizzo dei punti GPS di riferimento sul ghiacciaio, permettendo così anche il monitoraggio su ghiacciai inaccessibili.

Durante gli ultimi giorni di attività sul ghiacciaio, oltre a terminare alcuni transetti fotografici, mi dedico a documentare il lavoro dei glaciologi e li seguo per misurare le paline ablatometriche posizionate a inizio spedizione. Queste, in particolare, servono per verificare l’ablazione superficiale del ghiacciaio. Inoltre, attraverso uno strumento specifico, abbiamo misurato il potere riflettente del ghiacciaio in funzione della quantità di detrito superficiale che lo ricopre.

Per alcune ore seguo l’interessante lavoro di Andrea Tamburini che con il laser scanner sta realizzando anche lui un modello 3D del ghiacciaio da confrontare con modelli precedenti realizzati nel 2012 e che metteremo a confronto anche con quello realizzato da noi con il metodo fotogrammetrico.

Per terminare la spedizione ci riuniamo tutti nell’ hotel El Puesto per verificare e confrontare i dati presi sul campo e definire il lungo lavoro di processamento che si dovrà svolgere una volta tornati in Italia. Il bilancio risulta più che positivo, il tempo meteorologico, nonostante stessimo in Patagonia, regione conosciuta per le sue instabilità, ci ha regalato giornate splendide.

Ora nel tornare nella civiltà ci manca solo la tappa a Buenos Aires e a Santiago del Cile dove ho previsto due conferenze stampa in collaborazione con il nostro sponsor Enel Green Power.”

 

Per le altre tappe: tappa 1tappa 2tappa 3tappa 4

Per leggere un approfondimento sulla spedizione scientifica: qui

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