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Terrorismo che ti sfiora sulle montagne

Siamo nocora con le ossa doloranti dopo la botta di Dacca. Hanno massacrato gente normale che lavorava, imprenditori, cooperanti.

Quante volte siamo andati a cena in qualche ristorante a Islamabad che credevamo protetto perché vicino e dentro le enclaves diplomatiche? Come muoversi, lavorare e vivere in luoghi dove sei considerato in generale un “infedele” e in qualsiasi momento potresti essere preso in ostaggio da qualche fanatico le cui fobie fondamentaliste sono più forti della pietà e del rispetto della vita.

Persino fare gli alpinisti non pone in assoluto al di fuori dei rischi.

22 giugno 2013: alle 22:00 circa 16 terroristi vestiti con uniformi dell’esercito pakistano hanno invaso al grido di “talebani! Al-Qaeda!” il campo di Fairy Meadows alla base del versante Rakhiot del Nanga Parbat uccidendo 11 persone, cinesi, slovacchi, un americano, ucraini, nepalesi e un pakistano. Fu certo un episodio, circoscritto all’area particolare, difficilmente ripetibile lungo gli itinerari classici del Karakorum.

L’esercito Pakistano in quell’occasione aveva arrestato 18 persone e poche settimane fa è stato giustiziato il principale responsabile di quel massacro. Un atto di barbara giustizia per nulla consolante anche se dà il segno che le agenzie investigative del Pakistan sono più che allertate e “sul pezzo”.

Se poi da quelle parti ci si occupa di sviluppo, di scambi culturali, di trasferimento tecnologico e tutela dell’ambiente di parchi naturali, come il Central Karakorum Nationa Park, le questioni diventano delicate. Sono temi che trovano consenso e condivisione nella gran parte popolazione, ma anche diffidenza e talvolta avversione nei cenacoli più ideologizzati e permeabili al fanatismo. E non si tratta di disperati o miserabili: sono invece giovani mediamente istruiti, uomini e donne che cercano riscatto, per la presunta superiorità morale e religiosa, e vendetta per la supposta violazione da parte dell’occidente dei canoni e dei costumi voluti e imposti da interpretazioni restrittive delle scritture e del Corano.

Quante volte abbiamo incontrato l’orrore: al Babusar Pass quando Giampietro ha trovato una catasta di cadaveri ancora sanguinanti di turisti e viaggiatori pakistani che avevano l’unico torto di essere sciiti; Anna che a Chilas ha fatto in tempo a salire sulla sua auto e partire prima di sentire alle sue spalle l’eco dei kalashnikov che si accanivano sui passeggeri di un autobus in arrivo nella cittadina sull’Indo. E quella volta a Islamabad quando esplose una bomba vicino alla vecchia Ambasciata mentre un paio di cari amici era uscito da alcuni minuti a fare jogging; o ancora le decine di volte che Nando e Alberto, figli di nostri collaboratori, sono stati prelevati di fretta e furia a scuola perché era scattato l’allarme bomba.

Fa sorridere leggere che perfino sulle montagne di casa nostra le cose non sono del tutto tranquille: a pochi chilometri da Belluno e Ponte delle Alpi una cellula dell’ISIS si addestrava approfittando delle belle e protettive Dolomiti. Ma sono stati fermati.

Se a qualcosa quest’articolo deve servire, oltre che a sfogare la rabbia e la frustrazione, credo che debba diventare da parte di gente che ha buona esperienza della regione un invito all’attenzione, alla prudenza. In Pakistan ottenere e usare i permessi di trekking è sempre più complicato. Le molte agenzie di intelligence che si occupano di sicurezza interna pretendono di controllare il territorio e chi ci entra. Difficile interpretare questa attenzione, ma di certo è bene accertarsi che l’Agenzia alla quale obbligatoriamente ci affidiamo per il nostro trekking o spedizione sia in contatto con la nostra ambasciata ed è bene che anche noi informiamo l’ambasciata dei nostri programmi e dei loro cambiamenti, basta una e-mail. I militari in ogni caso hanno un buon controllo del territorio nelle aree a nord di Skardu, sui percorsi verso il K2 e i Gasherbrum. E in ambasciata un paio di persone hanno buone relazioni con i comandi militari pakistani. Bene anche iscriversi al sito del Ministero degli Esteri, Viaggiare Sicuri.

Certo è che in questi anni di terrorismo e attentati ci siamo persi una fetta importante della libertà di muoverci.

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