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L'approfondimento, Storia dell'alpinismo

K2 1986: l’annus horribilis – 2° parte

(continua da qui)

Gli italiani ripartono dopo alcuni giorni sullo Sperone Abruzzi e il 5 luglio, dopo due bivacchi a 6700 m e 7800 m, quasi in stile alpino, arrivano in cima al K2:

Soro Dorotei
Soro Dorotei e Tullio Vidoni in vetta. Photo courtesy Massimo Cappon

sono Gianni Calcagno, Tullio Vidoni, Soro Dorotei, Martino Moretti e Joska Rakoncaj (partiti dal CB il 3 luglio); alle 16 arriva in vetta anche Chamoux (partito il 4 alle 17 e quindi con un tempo di salita di circa 23 ore dalla partenza). Ai primati occorre anche aggiungere che Dorotei, Moretti, Chamoux e Rakoncaj sono i primi a raggiungere la vetta del K2 dopo un altro ottomila, il Broad Peak, salito pochi giorni prima e che Rakoncaj è il primo uomo ad aver salito il K2 due volte e dai due versanti opposti.

Il vicentino Casarotto è accompagnato dalla moglie Goretta, che lo tiene d’occhio dal campo base. Lui ha proseguito, veramente da solo, il suo tentativo sulla cresta SSW venendo respinto due volte dal cattivo tempo. Al terzo tentativo il 15 luglio raggiunge la quota di 8300 m, ma decide di scendere per il brutto tempo in arrivo. Il 16 luglio, ormai alla base della parete e in prossimità della morena, cade in un crepaccio, riesce a chiamare con la radio la moglie, scattano i soccorsi a cura della spedizione italiana, ormai in partenza dal campo base, che lo recupera al buio sulla superficie del ghiacciaio, ma inutilmente: dopo pochi minuti Renato Casarotto muore.

Karl Herrligkofer è un grande capo spedizione ormai a fine carriera; in quella stagione organizza una spedizione “quasi commerciale” al Broad Peak e al K2. Due svizzeri del suo gruppo, senza permesso, Rolf Zemp e Beda Fuster arrivano in vetta al K2 il 5 luglio. L’ 8 luglio arrivano in vetta anche Jerzy Kukuczka e Tadeusz Piotrowski dopo essere saliti per una via nuova che di fatto inizia al campo uno degli americani, sotto Sella Negrotto, e da lì si porta a destra e poi prosegue lungo una nervatura rocciosa che punta al centro della parete del K2 verso la vetta. Un luogo pauroso per la possibile caduta di valanghe e seracchi. La via è rimasta a tutt’oggi irripetuta. Raggiungono la vetta esausti e bivaccano a 8350 metri, scendono il giorno successivo di soli 400 metri, ma il 10 luglio Piotrowski scivola o perde un rampone, di certo precipita addosso a Kukuczka che disperato e allo stremo non riesce a fermarlo e lo vede scomparire nel ripido pendio sottostante. Kukuczka si salverà approfittando delle tende e dell’equipaggiamento dei Coreani: sono in 19, alla guida Kim Byong Joon, e nel frattempo e con calma stavano attrezzando i loro campi lungo lo sperone Abruzzi.

A inizio agosto una serie decisioni, eventi e errori porterà ad un esito fatale per alcuni alpinisti ancora impegnati sul K2.

Il 3, dopo una notte a C4, superaffollato da 10 alpinisti ammassati in tre tendine, partono per la vetta Jang Bong Wan, Kim Chang­ Son e Jang Byong Ho e raggiungono la cima. Ma sullo Sperone Abruzzi del K2 ci sono anche gli austriaci capeggiati da Alfred Imitzer, con Willi Bauer e Hannes Wieser; gli altri giovani membri sono Michael Messner, Manfred Ehrengruber, Siegfried Wasserbauer e Helmut Steinmasse. Quella situazione di sovraffollamento era dovuta dal fatto che il C4 degli austriaci era stato distrutto dalla caduta di un seracco. Avevano deciso di non scendere dal 4 al 3, rimandando la decisione al giorno successivo. Una scelta che si rivelerà drammatica nelle conseguenze.

Ma c’è anche una spedizione polacca guidata da Janusz Majer che è decisa a farla finita con la Magic Line. A maggior ragione dopo la morte di Casarotto. La squadra è composta da Anna Czerwińska, Dobrosława Miodowicz-Wolf, Krystyna Palmowska, Petr Božik (slovacco), Przemysław Piasecki, Krzysztof Lang, e Wojciech Wróz. Il 3 agosto, dopo un bivacco a 8000 m e uno a 8400 m, raggiungono la cima Wróz, Piasecki e Božik. Un ottimo successo lungo una via bella e difficile, ma la tragedia era nell’aria. Wróz precipita nella notte nel corso della discesa lungo la via normale che avevano scelto per rientrare al base con maggiore sicurezza, potendo contare sulle tende e gli alpinisti di campo 4.

Gli altri continuano la discesa con due coreani della vetta (Byong Ho si ferma a bivaccare a 8300 m) e raggiungono campo 4 peggiorando ulteriormente la situazione di affollamento: lì infatti si trovano ancora Alfred Imitzer, Willi Bauer e Hannes Wieser della spedizione austriaca.

Julie Tullis al CB del K2
Julie Tullis al CB

Kurt Diemberger e Julie Tullis, partecipanti alla spedizione “quota 8000”, che era nel frattempo rientrata in Italia, avevano chiesto e ottenuto di poter rimanere per fare delle riprese in quota, invece fanno un tentativo alla vetta. C’è anche il britannico Alan Rouse, che prova la vetta dopo un tentativo sulla cresta NW, e Dobrosława Miodowicz-Wolf della spedizione di Majer.

In totale ci sono 11 persone: non c’è posto per tutti e Rouse lascia la sua tenda a due polacchi, posizionandosi metà dentro e metà fuori dalla tenda di Diemberger accucciato dentro una buca che cava nella neve.

Il 4 agosto, mentre alcuni scendono, Rouse, Miodowicz-Wolf, Imitzer, Bauer, Diemberger e Tullis si direzionano verso l’alto, in direzione della loro vetta. Attorno agli 8500 metri Diemberger si rende conto che Miodowicz-Wolf è sfinita e Rouse,che sta scendendo dalla cima, riesce a convincerla  a scendere. Gli altri salgono fino in vetta, ma questo è l’ultimo atto della tragedia umana che quell’anno si consumò sul K2.

Scoppia la bufera, come accadde per tutta quella stagione dell’86, caratterizzata da periodi di tre giorni bel tempo con il quarto che precipitava la montagna in un inferno di vento e neve.

Tullis muore di sfinimento nella notte tra il 7 e l’8 agosto tra le braccia di Kurt Diemberger dopo essere precipitata per decine di metri ed essere riuscita a rientrare in tenda. Rouse, Imitzer e Wieser si spengono per la fatica e l’esaurimento il 10 agosto. Nella bufera Diemberger, Bauer e la Miodowicz-Wolf, rimasti soli, si apprestano ad una drammatica discesa. I due “orsi/umani” sopravvivono seppur feriti e macilenti e raggiungono il 12 il campo base. La Miodowicz-Wolf, affettuosamente da tutti chiamata Mrówka, la “formichina”, muore e rimane ancorata alla parete fino all’anno successivo quando i primi salitori della Piramide Nera, il tratto sopra campo due, troveranno il suo corpo ancorato a un moschettone.

L’ultima,9788879724425_k2_il_nodo_infinito_sogno_e_destino la tredicesima vittima da ricordare di quell’anno orribile fu il sirdar (capo dei portatori) dei sud coreani, colpito mortalmente da una pietra nei pressi di campo uno.

Un’importante annotazione riguarda Tomo Česen, che fa parte di una spedizione jugoslava che tenta il Broad Peak e il Gasherbrum. In solitaria, sale nella notte tra il 3 e il 4 agosto la nervatura a sinistra, guardando la montagna, dallo Sperone Abruzzi raggiungendo la Spalla. Dove si ricongiunge con la via classica. Una via molto ripetuta tutt’oggi.

A raccontare quella stagione al K2 sul versante pakistano non mancarono i libri e i racconti scritti dai protagonisti sopravvissuti, rimasero anche profonde ferite fisiche e morali e rimpianti, ma non mancarono nemmeno le velenose polemiche. Fu una pagina complessa e drammatica dell’alpinismo, come spesso accade sul K2, che anche quest’anno vede 122 alpinisti lottare per l’ambitissima vetta.

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1 Comment

  1. Grazie alla redazione per questo breve ma interessantissimo articolo, che meriterebbe almeno 10 pagine. Raccomando comunque la lettura di questo affascinante libro (K2 sogno e destino) a tutti gli appassionati di Alpinismo, in particolare ai piu’ giovani e di informarsi su Kurt Diemberger, uno dei grandi dell’alpinismo tradizionale, classe 1932 e vivo ancora oggi.

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