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Simone Moro e il Nanga Parbat, una salita lunga trent’anni: ecco come sono arrivato in vetta ad un sogno

Dall’arrampicata sportiva alle gare di skyrunning. Dalle salite in velocità alle spedizioni scientifiche. Ecco cosa c’è nello “zaino” che Simone Moro ha portato in cima al Nanga Parbat: un bagaglio di esperienze sportive, culturali, ambientali, successi e preziosi fallimenti, che lo hanno formato come uomo e come alpinista. Solo grazie a questo sguardo storico è possibile capire come sia arrivato a salire 4 ottomila in prima invernale. Simone Moro, incontrato settimana scorsa da Sport Specialist dove ha condotto la serata “Happy Winter” davanti a 2500 persone, lo racconta con la consueta schiettezza in questa intervista.

Simone, come definiresti il tuo percorso di alpinista?

Io ho sempre fatto un alpinismo “mio”. Sono 35 anni che arrampico e 25 anni che faccio spedizioni. All’inizio c’era irruenza, spavalderia, immaturità, puntavo alla performance in sport competitivi come l’arrampicata sportiva, lo skyrunning o lo scialpinismo. L’alpinismo “agonistico” mi ha insegnato che i risultati si ottengono lavorando duramente e che per avere successo devi saper rinunciare e accettare i fallimenti. Più tardi, dove non ci sono gare, ho portato ciò che di buono ho imparato in precedenza. Così ho continuato a inseguire il mio sogno, quello di diventare un Alpinista. Un sogno che avevo già da bambino e che non è mai stato sminuito o sottovalutato dai miei genitori e dai miei fratelli, che devo ringraziare per questo. Quando sei tu e solo tu a scrivere il tuo percorso, è vero sei più vulnerabile, ma alla fine hai una soddisfazione enorme.

La vetta del Nanga Parbat è il coronamento di un sogno: quanto è stato difficile?

Fare una spedizione invernale significa accettare che hai il 10-15% possibilità di farcela. Capovolgiamo: l’85-90% di non farcela. Scegliere questo come percorso professionale e raccontarlo alla gente, o a chi ti finanzia, non è facile, perché esci dagli schemi di convenienza e successo “facile”. Ci vuole coraggio e coerenza. Questo percorso mi è costato il 30% di rinunce nelle mie 54 spedizioni: sono un brocco? Consideriamo che il più grande di tutti i tempi, Messner, intitola il suo libro “sopravvissuto” e dice di aver avuto ” la fortuna di fallire tante volte”. Personaggi giganteschi come Messner, Cassin e Bonatti dicono che sui fallimenti hanno costruito i loro più grandi successi.

Parliamo dell’importanza del saper rinunciare?

Sì. E’ un valore importante che fa parte del percorso che c’è tra il fare un sogno e realizzarlo. E’ quello che ti permette di arrivare in cima. Non era la prima volta che tentavo il Nanga e di rinunce so qualcosa: bisogna saper rinunciare al momento giusto non quando è troppo tardi. E’ importante che la gente sappia anche cosa c’è stato prima delle mie invernali. Il mio percorso non è stato solo da pestaneve, ho provato ad attaccarmi agli appigli piccoli prendendo ispirazione dai grandi climber anni 70: Manolo, Camos, Ballerini, con cui ho avuto fortuna di arrampicare. Ho fatto gare, ho studiato. Voglio insomma far passare il messaggio che c’è un tempo per coltivare e uno per vendemmiare: forse può servire a qualcuno. Mi piacerebbe che stasera un giovane venisse voglia di fare questo percorso e non solo di arrivare al risultato.

La serata si chiama “Happy winter”: solitamente le invernali vengono associate a parole come “sofferenza”, “pericolo”, “gelo”. Come mai hai voluto porre l’accento sulla felicità?

Quest’espressione forse meglio di altre spiega cosa ci portiamo a casa da queste esperienze: la felicità, la consapevolezza di essere fortunato, di aver superato le difficoltà che fanno parte del percorso di realizzazione di un sogno. Mi piace perché suona come un augurio e sintetizza il perché faccio questo tipo di alpinismo esplorativo.

Perché hai dedicato la tua vita allo sport?

Lo sport è una scuola eccezionale, una delle poche scuole dove oggi puoi imparare a perdere e a valorizzare il percorso che porta a una vittoria o un fallimento. Nello sport non si interpreta: c’è una classifica e anche nell’alpinismo la cima c’è o non c’è. C’è un percorso educativo, formativo, salutare. E a contatto con la natura si impara l’umiltà. Questa parte andrebbe un po’ ritrovata: oggi siamo abituati a incasellare lo sport dentro corsi e agende, con stress da iscrizione e pagamento. Una volta si andava a nuotare nei fiumi, si saltava nei laghi, questa spontaneità dovrebbe riemergere. Dentro la spontaneità c’è la creatività. I percorsi preformati ammazzano la creatività e se c’è un imprevisto non sappiamo gestirlo: siamo capaci del gesto tecnico ma non sappiamo usare le mani o il cervello per affrontare situazioni inaspettate. L’alpinismo è una delle ultime forme di libertà che abbiamo.

Quindi più sport all’aria aperta?

Sarebbe bello far fare ai nostri figli tanto sport, di tutti i tipi, ma in libertà. Quando ti confronti con la natura e non con le regole dell’uomo, impari il senso dell’umiltà: in cima al Nanga Parbat d’inverno la sensazione è quella di piccolezza, non di onnipotenza. Primo perché sei a metà strada, e poi perché hai così freddo e poco ossigeno che non sei nemmeno in grado di evocare sensazioni come gioia o euforia. Lo sport vissuto in questo modo però ti dona la possibilità di riappropriarti della tua libertà, è uno spazio dove non sei sempre sotto giudizio come a scuola, al lavoro, a messa, nella vita in generale. E’ un investimento educativo e sulla salute, un’oasi felice dove ti puoi arricchire.

L’importanza del percorso vale anche a livello “fisico”, per i paesi che attraversi e la gente che incontri?

Se hai come obiettivo solo la cima non hai tempo di renderti conto di ciò che incontri. Nei miei viaggi ho imparato ad essere un miglior cattolico da religioni diverse dalla mia. Gli incontri che fai, ad esempio bambini che camminano due ore per andare scuola, ti fanno mettere in prospettiva le polemiche che ci sono da noi per uno scuola bus che si ferma davanti al tuo cancello o a quello del vicino. Se ci facciamo male, da noi arrivano ambulanze ed elicotteri gratis in pochi minuti e magari siamo capaci di lamentarci. Il percorso, in ogni senso, è una fase educativa che mi aiuta a essere un miglior uomo, papà, e cittadino a casa mia. Vedo sperperi e cose che stridono, a cui solitamente non si fa caso per abitudine. Mi son reso conto di cose di cui prima non mi accorgevo, per esempio lo scioglimento dei ghiacciai, dopo aver avuto un impatto visivo devastante. Quando da un anno all’altro vedi sparire neve e ghiaccio su ben 800 mt di dislivello, ti rendi conto quanto è importante l’acqua.

Si sta facendo abbastanza per la difesa dell’ambiente?

La difesa della natura non passa da una mentalità fondamentalista o schizofrenica in cui si mettono i montanari nelle riserve come gli indiani. Facciamo i “parchi” dove non possono fare più niente, non possono lavorare, costruire o curare il territorio, e pensiamo di aver salvato il mondo, poi noi in città facciamo una doccia di tre quarti d’ora, teniamo il calorifero a 24°, abbiamo due auto in due. Dobbiamo difendere l’ambiente ma renderci conto che l’uomo ne fa parte: ci vogliono piccoli cambiamenti comportamentali e buon senso.

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6 Comments

  1. Una bella intervista che pareggia le assurdità che ha detto a Barzanò che ci hanno lasciati molto amaro in bocca per la vanità, anche ingiustificata visto che non è arrivato su da solo e anche grazie alle corde di altri, del personaggio.

  2. Piccolo particolare la vetta il signor moro la vista solo in Foto! Come mai Latorre a fatto anche un video e lui Niente?
    Persona scarsa

    1. Ogni tanto la consonante “h” va messa, poi forse il signore Moro sul Nanga Parbat è andato d’inverno, forse le temperature così basse non permettevano il lusso di poter fare un video con la go-pro come fosse in cima ad una collina.

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