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Yarsagumba, il viagra naturale in via d’estinzione

Photo courtesy of Thomas L. Kelly
Photo courtesy of Thomas L. Kelly

Il riscaldamento globale potrebbe presto mietere un’altra vittima questa volta sull’Himalaya: si tratta del fungo Ophiocordyceps sinensis, in lingua nepalese yarsagumba.

Il suo nome significa, letteralmente, “bruco invernale che diventa erba estiva” ed è un parassita che vive tra i 3500 e i 5000 m di quota e infetta diverse specie di farfalle montane. D’inverno, quando lo yarsagumba si introduce nel corpo di una larva, la uccide per poi mummificarla, assumendo lo strano aspetto di un bruco giallognolo infilzato da un ramoscello, che in primavera spunterà dal terreno.

Da secoli, le popolazioni tibetane lo utilizzano nella medicina tradizionale, estendendo il suo impiego anche alla Cina. Il fungo balza agli onori della cronaca nel ’93, grazie alle eccellenti prestazioni di alcuni corridori cinesi, attribuitegli dall’allenatore della squadra, ma il vero boom economico risale agli anni ’80, periodo in cui diventa noto negli Stati Uniti. Questo perché lo yarsagumba è considerato un potente afrodisiaco, un ottimo rimedio contro la fatica, persino un anticancerogeno.

Un vero toccasana, anche per l’economia locale, che in trent’anni ha visto incrementare la domanda da parte dei consumatori. La Banca centrale del Nepal calcola che la vendita del fungo renda, in media, ben 2500 dollari a raccoglitore (circa 2242 euro), che corrispondono al 56% del reddito totale annuo di un contadino.

Il suo alto valore di mercato ha provocato però anche la morte di alcuni coltivatori: già sette anni fa, nove persone sono decedute in seguito a una lite per i diritti di raccolta, e nel giugno scorso una banda di predoni ha ucciso un uomo, ferendone altri tre, nel corso di una razzia.

Ma lo sfruttamento intensivo e le condizioni climatiche in peggioramento non sono certo l’ideale per questo organismo, un parassita che vale oro, paradossalmente.

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