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Messner: no a farmaci e doping

Stavo salendo recentemente con Stefania, la mia compagna, e Ash, il nostro cane, verso Capanna 2000, un bel rifugio sotto il Pizzo Arera, 2512 m. Di corsa, come sempre più spesso accade, ci venne incontro dall’alto un maturo e in gran forma signore che andò oltre, ma immediatamente si bloccò esclamando: “ciao Gustì!”.

Era un vecchio amico appassionato di sport di montagna, anche di alpinismo tanto da essere andato in Himalaya.

In modo brusco e sorprendente mi pose la domanda se l’ossigeno in quota sia doping e quanti alpinisti si drogano tra coloro che salgono gli ottomila. Rimasi sorpreso, ma pensai che stesse correndo, oltre che con le gambe, anche con i pensieri e probabilmente quello era quanto stava seguendo di corsa nella sua testa quando mi ha incrociato.

Risposi che sì, al di là delle interpretazioni, l’uso dell’ossigeno è sicuramente doping, almeno eticamente, perché altera a favore di chi l’assume la prestazione sportiva del salire una montagna.

“Ma i medesine (le medicine)?”.  Difficile rispondere, gli spiegai che ne avevo personalmente viste di tutti i colori in tema di farmaci assunti. “Se certo, alùra anche quattro aspirine e ù pér de pastiglie per pisà (un paio di diuretici) i è doping”. Risposi che sì, per lo sport sarebbe così, ma per l’alpinismo è un po’ diverso perchè dicono che non è sport e quindi non ha regole.  “Ma alura i è toec bù! (ma allora così sono tutti capaci)”.

Non mi ricorderei questa estemporanea conversazione se non mi avesse particolarmente colpito. Quell’alpinista aveva sfiorato una volta il gotha dell’himalaysmo e nella sua testa era rimasta l’impressione dell’uso massiccio di farmaci, anche apparentemente innocui, a scopo, diciamo agonistico e che questa pratica non era poi cosa così per bene.

Messner ci dice in questi giorni su “Avvenire” che “Se ti droghi non entri davvero in relazione con la montagna e la scalata diventa uno sforzo, una fatica fine a sé stessa. Senza gioia” aggiungendo “Tra le mie regole personali, c’è anche il rifiuto delle droghe” e dicendosi “fortunato” perché “ai miei tempi queste sostanze non si conoscevano e quindi non ho corso il rischio di cedere a questo pericolo. Poi, quando sono arrivate avevo la giusta maturità per rifiutarle”.  Già nel 2013 Messer aveva denunciato che secondo lui il 90% degli alpinisti è dopato.

Ora, che ai suoi tempi e magari anche prima non si facesse uso di farmaci, anche dopanti, non è del tutto vero: i medici e le farmacie delle spedizioni negli anni della conquista degli ottomila (pure dei settemila e anche dopo) sono sempre stati ben forniti di farmaci. Hermann Buhl scrive nel suo libro di aver conquistato il Nanga Parbat nel 1953 con in tasca una manciata di pasticche di Pervitin e Padutin, un’anfetamina e un vasodilatatore, ma senza ossigeno. E nella storia dell’alpinismo e della letteratura alpina non è certo l’unico.

Certo è che lui, Messner, le sue montagne e i 14 ottomila li ha saliti senza l’uso di ossigeno e sicuramente senza farmaci. Una grande, formidabile esecuzione. “Ma è proprio la moda delle gare in montagna (sugli sci, di corsa) ad aver introdotto l’uso dei farmaci. Basta con le gare, non servono! In montagna il confronto non è “contro” qualcuno, non ci sono avversari. Il confronto è solo con sé stessi, con le proprie debolezze, con le proprie paure, con le proprie angosce. E anche con le proprie gioie quando si arriva in vetta” dice Messner. Bello, ma tanto utopico.

Recentemente abbiamo rilanciato da questo sito la notizia di una ricerca realizzata a rifugi Goutier e Cosmiques, lungo il percorso che dal versante francese porta in vetta al Monte Bianco, che in tema di assunzione di farmaci è risultata abbastanza allarmante.

Va dato merito a Messner di proporre di tanto in tanto questo tema spinoso, squarciando il velo del conformismo alpinistico che vuole tutti bravi, buoni e immacolati. Allo scopo ci raccontano che l’alpinismo non è uno sport perché “non ha una federazione, non ci sono campionati o la nazionale o le olimpiadi, non c’è un arbitro o la diretta. Non c’è neppure un premio”. Non ci sono nemmeno controlli antidoping o l’obbligo etico di dire se si è saliti sull’Everest con o senza ossigeno, prendendo formaci à gogo, ovviamente in auto prescrizione. Quindi in alpinismo vale legittimamente “tutto”, anche perché poi nessuno controlla o ti sanziona esponendoti al pubblico ludibrio. Pare sia rimasto solo Messner a ripetere che non è proprio bene che sia così.

Riguardo poi alle classifiche mi pare che gli elenchi dei primi e dei secondi e via numerando non manchino. Pare anche che questi elenchi influenzino non poco il mercato degli ingaggi di alpinisti e sportivi da parte delle aziende di settore e non; in quanto poi alla diretta TV siamo ormai al reality e l’arrivo sulla cima dell’Everest lo avevano trasmesso live in mondovisione i giapponesi già nel maggio 1988.

Ma la storia e anche la realtà, in alpinismo, talvolta si tende a plasmarle dentro rappresentazioni (chiacchiere) che ci vien detto contano sul mercato degli sponsor e della comunicazione per il 70%, rispetto al 30% dell’atto alpinistico/sportivo vero e proprio.

Messner, ormai al di sopra di tutto questo strano mondo della convenienza, ogni tanto ci riporta alla coerenza e all’essenzialità del pensiero alpinistico e questo è un bene.

 

(Photo courtesy Andreas H. Bitesnich)

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3 Comments

  1. A ben leggere la storia di alpinisti del passato,anche “santificati”, non mancano micoren, pervitin , anfetamine varie..
    Alcuni lo raccontano candidamente , altri tirano fuori di aver fatto gocciolare in gola “le magiche gocce “”dopo anni.
    Adesso certe sostanze farmacologiche sono doping, ma entrano in gioco integratori alimentari ed energy drinks.

  2. Secondo me la vera domand è: perchè prendere farmaci per riuscire?
    Sicuramente è solo per una questione di soldi e di tempo; sportivi che hanno bisogno di risultati per continuare la carriera, così come chi paga per salire le montagne (che siano permessi di salita o guide alpine) o chi ha poco tempo da dedicare a tale scopo difficilmente sono disposti a tornare a casa senza risultato.
    Tuttavia questo sistema a me lascierebbe sempre un dubbio dentro di me: ma senza ne sarei stato capace?
    Domanda che credo sfiori ben pochi!

  3. Ma che schifo eh?
    La vera nmontagna è una cosa semplice. Si va su, con lo zaino. Si cammina o si scala con le prorie possibilità.
    Si beve acqua di rubinetto posta nella nostra borraccia.Si mangia quello che si vuole e di sano al rifugio o portato da casa. Che sia un piatto di pasta, un panino, una bistacca o un frutto.
    Ci si ferma quando si vuole, si prosegue e si corre, quando si può.
    Ma sopratutto ci si ferma, si guarda il panorama, si guardano i fiori, gli alberi, le loro foglie. Si osservano le piante, si studiano le loro proprietà mediche. Si studiano le rocce, i ghiacci (quelli che ancora ci sono). Si studiano le genti di montagna, le loro culture, al loro cucina, le loro origini. Tutto in armonia con i propri ritmi e con la natura.
    Si torna giù lasciando la montagna intatta (quasi).
    Fare il Monte Bianco in due ore cosa mi da alla fine? A me nulla.
    La vita è un percorso. Se nel percorso pensi e lavori solo per la meta finale a cosa serve vivere?

    Stefano, CAI Verona.

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