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Intervista a Ueli Steck, l’uomo che cammina sul granito

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Ueli Steck, soprannominato “The Swiss Machine”, a Courmayeur in occasione di “Passione Verticale”

Testo e foto di Denis Falconieri di www.roadtocervino.it

COURMAYEUR, Aosta — Ha vinto due volte il Piolet d’Or, detiene il record di velocità di scalata della nord dell’Eiger (2h22’ minuti nel 2015), della nord del Cervino (1h56′ nel 2009) e delle Grandes Jorasses (via Colton-Macintyre 2h21′ nel 2008 e via Ginat 2h08′ nel 2010), ha scalato in solitaria la parete sud dell’Annapurna: negli ultimi anni, lo svizzero Ueli Steck è divenuto un punto di riferimento per l’alpinismo mondiale. Soprannominato “The Swiss Machine”, con le sue imprese è riuscito a portare in un’altra dimensione l’alpinismo, spostando il limite sempre un po’ più avanti.

Com’è iniziata la tua passione per la montagna?
La prima volta che un amico di mio padre mi ha portato ad arrampicare, mi ha fatto andare da primo: ero spaventato a morte, ma quella sensazione di paura e quell’adrenalina mi hanno fatto scattare la scintilla. La cosa che mi è piaciuta di più è stata proprio riuscire ad andare oltre quella paura. Sono nato ai piedi dell’Eiger e sono sempre andato in montagna, ma ho capito di essere diventato un vero alpinista quando, a 18 anni, ho scalato per la prima volta con un amico la parete nord.

Sei diventato famoso per le tue imprese in solitaria. Meglio scalare da solo o in cordata?
Scalo da solo perché per me è un’esperienza unica: non mi considero un solitario, ma sento la necessità di avere degli spazi per me stesso, di fare le cose a modo mio. In questa situazione, sei da solo con la montagna, senti che lo stai facendo per te stesso e per la tua esperienza. Essere in cordata con un amico, invece, è completamente differente: non dico di preferire l’una o l’altra cosa, spero di continuare a farle entrambe.

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Denis Falconieri intervista Ueli Steck. Con loro anche l’interprete Caroline Michalski

Montagna, velocità e sicurezza: quale rapporto hanno tra di loro?
Nel 2007, quando ho segnato il mio primo record, ho scoperto l’esistenza della velocità nell’arrampicata: se da un lato è un fattore che aiuta per la sicurezza perché sei esposto ai rischi per un periodo più breve, dall’altro non bisogna mai oltrepassare i propri limiti. Conosco la nord dell’Eiger a memoria, l’ho scalata 41 volte, so perfettamente che posso affrontarla con un rischio minimo di commettere degli errori. I rischi e la sicurezza vengono pesati in base alla capacità ed alla preparazione: ad esempio, ieri (martedì 16 agosto n.d.r.) ho scalato la via dell’Innominata del Monte Bianco in scarpe da ginnastica. Per me è una cosa normale, sono abituato a questo modo di andare in montagna, arrampicare in quelle situazioni è come camminare sul granito, ma altri non lo devono assolutamente fare perché sarebbe molto pericoloso.

Detieni numerosi record e l’aggettivo più ricorrente per definire le tue imprese è “straordinaria”. Dov’è il limite?
Il limite cambia sempre. Non fai in tempo a trovarlo che già stai pensando ad andare oltre. E se non lo fai tu, lo farà qualcun altro. Bisogna saper accettare il fatto che un’impresa che oggi sembra straordinaria, tra cinque anni potrà rappresentare la normalità. Ci sono dei momenti nella vita in cui fai dei passi in avanti: quando ho segnato il record della nord delle Jorasses, mi sono reso conto che avrei potuto scalare tutte le pareti del mondo in poche ore, le stesse per le quali altri impiegano diversi giorni.

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