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“Tra le rocce e il cielo”: il ricordo di Jerzy Kukuczka nei racconti della moglie Cecylia

Testo e foto di Gian Luca Gasca

Cecylia Kukuczka e Mario Corradini
Cecylia Kukuczka e Mario Corradini

VALLARSA, Trento — La voce di Cecylia Kukuczka accompagna le immagini che scorrono sullo schermo. Lhotse, Everest, Makalu, Broad Peak e così via fino allo Shisha Pangma nel 1987. Sono le 14 vette di Jerzy Kukuczka, quelle che l’hanno consacrato come uno dei più forti himalaysti di tutti i tempi. Secondo al mondo dopo Reinhold Messner a completare la serie dei quattordici Ottomila, ne ha saliti dieci per vie nuove, tra cui la mai ripetuta “via suicida” al K2.
Sul palco Mario Corradini e Filippo Zolezzi aiutano Cecylia a raccontare la storia di suo marito, ma non solo. Si cerca di capire cosa significa essere vedova di un alpinista puro sangue e cos’ha significato salutare, aspettare, gioire, preoccuparsi e abbracciarsi ogni volta in cui Jurek, come lo chiamavano gli amici, partiva e tornava da una spedizione.

Siamo Vallarsa, al festival “Tra le Rocce e il Cielo”, e Cecylia sta offrendo una prima importantissima testimonianza per questa edizione 2016 della rassegna di cultura di montagna: lo sguardo della grande donna che si nasconde dietro ad ogni grande uomo. Quest’anno infatti si sono scelti vari temi su cui focalizzare l’attenzione mantenendo però sempre il fulcro sul tema della donna.
Donne che mandavano avanti le campagne, ma anche donne che producevano le armi con cui i mariti si ammazzavano sul fronte della Grande Guerra, senza dimenticare quelle che cercavano di sabotare la guerra con messaggi di pace. Donne che combattono per difendere la propria casa ma anche donne che, oggi, fuggono dalla guerra.

Fiorenza Aste e Annibale Salsa all' innaugurazione del festival
Fiorenza Aste e Annibale Salsa all’ innaugurazione del festival

Una nuova edizione della manifestazione all’ombra delle Piccole Dolomiti che si riconferma un festival di montagna “corsaro”. Un festival ideato da Mario Martinelli e Fiorenza Aste e portato avanti grazie alla collaborazione con l’antropologo ed ex presidente generale del CAI Annibale Salsa. Un evento dove la montagna è il portainnesto su cui si inseriscono argomenti di cultura generale che spaziano dall’attuale situazione dei migranti fino alla labile condizione del Medioriente.

L’aria si è fatta fredda in questa serata trentina. Fuori piove e nella sala entrano spifferi gelidi che accompagnano sulle vette invernali del Dhaulagiri, del Kangchenjunga, dell’Annapurna e, soprattutto, del Cho Oyu: la quarta vetta invernale di Jurek, salita per una via nuova. Un’ascensione che le statistiche vogliono come una ripetizione per il polacco, ma che è stata realizzata da un gruppo così bello e affiatato che con difficoltà la si rilega a semplice reiterazione di un percorso già compiuto pochi giorni prima da altri compagni.
Sullo schermo ora è impressa una parete. Gli spettatori la guardano con curiosità e intanto il gelo si insinua ancora una volta nella sala: Lhotse, parete sud. Questa volta però il brivido che lascia lo spiffero è diverso, è un brivido di morte. Lo stesso brivido che ha percorso la quarta montagna del pianeta mentre uno dei più grandi perdeva la vita precipitando per distanze improbabili, ad una manciata di metri dalla vetta.

“La montagna se lo sono preso” scrive Cecylia. Già, se lo sono preso le montagne, ma non montagne assassine. Montagne dove si sa che può accadere l’irreparabile e verso cui non si porta rancore perché “La vita mi ha riservato qualcosa di grande, di bello e di inaspettato. Ho avuto la fortuna di essere la moglie di Jerzy Kukuczka…”. Un destino, quello di Jurek, comune a molti alpinisti ma anche a soldati. Soldati che combattevano sul fronte del ‘15-‘18 e che molte donne, come si racconta nella giornata del festival dedicata a “donne e conflitti armati”, hanno pianto perché anche loro se li sono presi le montagne: Montagne di guerra che hanno segnato per sempre le Alpi e che ben poco hanno a che fare con quelle di Kukuczka.

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