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Morti sul Rosa. L’opinione e i consigli di Michele Cucchi

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Michele Cucchi. Photo @ Paolo Petrignani

Abbiamo chiesto a Michele Cucchi, guida alpina di Alagna e soccorritore di grande esperienza, un’opinione sugli incidenti che hanno causato sei vittime negli ultimi giorni nell’area del Monte Rosa.

Eri al Colle Gnifetti quando sono morti i tre svizzeri, ci puoi raccontare come è andata?

Non ho visto la scena, ma sono arrivato pochi minuti dopo. Da quello che hanno raccontato gli svizzeri e al rifugio Margherita, sono partiti dal rifugio Gnifetti poco prima di noi, quel giorno eravamo su in quattro/cinque guide che lavoravamo, e sono arrivati al Col Gnifetti. La traccia normale passa molto vicino alla linea dello strapiombo della cresta, loro sono arrivati lì molto presto, era ancora buio, erano circa le 6.20, divisi in una cordata da due e due cordate da tre. Due membri di una delle cordate da tre erano fuori a sbalzo e la cresta è andata giù, la terza persona è stata trascinata con loro. Le altre due cordate erano molto vicine; sono rientrate alla capanna Margherita ed hanno dato l’allarme chiedendo aiuto.
Il primo elicottero disponibile a quell’ora è l’elicottero di Aosta, che è decollato immediatamente. Io e l’altra guida di Alagna a quel punto eravamo al Col Gnifetti, sulla cornice. L’elicottero ha fatto un sorvolo in cerca di superstiti, vedendo solo poche cose che affioravano, ed ha preso il punto GPS rendendosi immediatamente conto della violenza dell’evento.
Sono poi andati a portare giù dalla Margherita i compagni che erano in evidente stato di shock, i quali sono stati fatti scendere a Gressoney, dove avevano le vetture, per essere presi in carico dai carabinieri. Alle 8.00 è venuto su l’elicottero di Borgosesia, che è andato a Macugnaga, da dove è partito per un secondo sorvolo: anche in questo caso erano visibili dei semplici oggetti affioranti. Era chiaro che lo scenario si era modificato a causa di successivi crolli di neve, ghiaccio e rocce. Il luogo di ricerca è un postaccio, sul Monte Rosa è forse il posto più brutto dove si può andare a finire: la est in estate è un campo minato, un posto estremamente pericoloso. Dopo la ricognizione, dalla stazione del soccorso alpino di Macugnaga hanno deciso di non portare delle persone in parete e sganciarle dall’elicottero, perché era veramente pericoloso e perché non c’era visibilmente niente da recuperare. Approssimatamene la caduta che hanno fatto gli alpinisti è tra gli 800 e 1000 metri con tutto il materiale nevoso e roccioso. È stato un evento molto grosso perché nella parete est c’era un chiarissimo segno di una valanga innescata dal crollo della cornice. Dalla foto della cresta, si può vedere che il crollo è molto vicino alla traccia normale, un evento molto importante: sarà una trentina di metri di lunghezza per una larghezza di 6/7 metri.

Negli ultimi giorni solo nel gruppo del Monte Rosa ci sono state sei vittime, tutti alpinisti. Basta il caldo a spiegare gli incidenti di questi giorni?

Nell’incidente della cornice è evidente che il caldo di questi giorni ha giocato un ruolo: quella cornice è esposta a sud est e prende sole quasi tutto il giorno. L’altro giorno nel primo pomeriggio ho registrato dal termometro dell’elicottero, durante il soccorso alla Signal, a 4400 metri, una temperatura di +5 gradi. È chiaro che delle temperature così hanno di certo giocato un ruolo, ma secondo la mia esperienza non così fondamentale. È certamente parte della causa, ma non è solamente quello.  Per quello che conosco io, in parte possiamo dire che è stata una fatalità: erano al momento sbagliato nel posto sbagliato.
Certo, temperature così alte sicuramente fanno fondere più neve in profondità, non sullo strato superficiale. Al mattino, quando siamo usciti dalla capanna Gnifetti alle 4.40 la neve era assolutamente dura, non siamo partiti con il disgelo: si cammina benissimo in alta quota in questi giorni, a 4000 metri, veramente bene, ci sono delle belle condizioni in alto. È chiaro che nelle parti basse dei ghiacciai, dove finiscono a sud delle Alpi, c’è uno scioglimento in alto veramente importante, c’è un sacco di acqua che corre.

Pensi che alla base possa esserci una scarsa capacità di valutazione delle condizioni della montagna da parte degli alpinisti?

Dal mio punto di vista esterno direi di no, c’è invece una parte di fatalità.
È purtroppo altrettanto vero, e per una persona come me fa molto male dirlo, che quando tu scendi da una escursione a Punta Dufour alle 2 del pomeriggio in una giornata torrida, come quella dell’altro ieri, vedi ancora gente slegata, da sola che va verso la Capanna Margherita. Da questo si capisce che il messaggio culturale non è proprio passato: se io guardo le previsioni del meteo e vedo che lo zero termico è a 4500 metri non è che non vado alla Capanna Margherita, ma ci vado alle 4.30 del mattino ed a mezzogiorno sono a mangiare ad un rifugio e poi vado a casa. È una cosa che non passa, purtroppo questa gente la si vede tutti i giorni in giro. E quelle sono le persone fortunate.

Hai visto le foto pubblicate dal Guida Alpina valdostana Gianluca Ippolito dei turisti in jeans e scarponcini sul ghiacciaio dei Gigante?

Si l’ho visto. Fa capire che la gente con la testa molto spesso non c’è. Vado in cima alla Skyway, arrivo al rifugio Torino, che è un’esperienza bellissima per il nucleo famigliare, e vedo un panorama incredibile, ma non riesco a capire che devo stare in stazione. Quindi con i jeans, lo zainetto e la morosa vado al Colle Flambeaux, dove noi che ci lavoriamo sappiamo benissimo che ci sono dei buchi che se ti ci infili dentro, vanno fatti gli auguri a chi deve andare a fare soccorso.

L’altro giorno le autorità francesi hanno diramato un allarme per pericolosità della via normale del Monte Bianco a causa delle temperature alte, predisponendo la gendarmeria alla Tête Rousse, per informare gli alpinisti dei rischi. Può essere un buon metodo di prevenzione?

Io sono contrario alle imposizioni: la libertà è una cosa sacra che va difesa. Il primo passaggio è culturale: bisogna essere sufficientemente intelligenti per non portare la morosa con i jeans e lo zainetto al Colle Flambeaux. Questa è cultura, è un lavoro di anni ed a volte di decenni.
Il secondo passaggio è l’informazione: dove ci sono dei mezzi di trasporto così facili da utilizzare, vedi Courmayeur, coloro che lavorano all’interno dei sistemi di trasporto devono avere una prassi consolidata di informazione quando vedono delle persone “fuori posto”, come la famiglia con i sandali che l’altro ieri è andata a Punta Indren, dove non c’è nemmeno il bar per bere un cappuccino, c’è solo il ghiacciaio. Almeno Courmayeur esci dalla “Skyway” e puoi davvero andare con i sandali a mangiare un piatto di pasta, perché è bellissimo, ci andrei anche io con mia figlia.

Il problema è quando non si leggono i cartelli…

Esatto. Ci sono in giro tanti di quei cartelli che la gente non li legge. La comunicazione che funziona veramente è quella verbale: io vado a compare un biglietto e qualcuno alle casse dovrebbe dirmi che a Punta Indren sei a 3300 metri e c’è il ghiacciaio. Banalmente, se la cassiera non mi vede con zaino, imbragatura e piccozza capisce che sono un turista, non un alpinista, quindi il sistema di informazione verbale dovrebbe avvisami che quando esco dalla stazione c’è il ghiacciaio; come nel caso della Skyway quando lasci l’ultimo scalino della Punta Helbronner: sei sul ghiacciaio e se metti giù il sedere perché hai i sandali, vai giù finché ti fermi.
Il terzo passaggio è per le situazioni eccezionali o particolari: a me non dispiace, nemmeno da Guida Alpina, trovarmi un gendarme che mi controlla se sono davvero una Guida Alpina e che mi avverte che c’è lo zero termico a 4800 metri, o che nel canale per arrivare al Goûter continuano a venire giù sassi. Poi sono ancora libero di decidere se andare, se accollarmi il rischio, la libertà è tutelata, ma c’è qualcuno che mette sul chi va là. In casi di forte pericolo valanga, parliamo di rischio 4, a me non dispiace nemmeno da professionista trovare fuori dalla stazione qualcuno in divisa, qualsiasi divisa purché sia dello Stato, che mi avvisi in situazioni di una certa rilevanza e pericolosità. Secondo me non è sbagliato.

Ma è attuabile? O lo è solamente in vie specifiche con grande affluenza?

È attuabile laddove ci sono degli inevitabili imbuti di passaggio, come la Tête Rousse, Punta Helbronner, gli impianti della Marmolada, posti dove per forza si passa da lì.

Che consigli puoi dare a chi è in partenza questi giorni per un’ascensione?

Numero uno: guardare le previsioni del tempo e le condizioni generali.
Numero due: molto più importante, parlare direttamente con qualcuno che è sul posto: l’ufficio informazioni, l’ufficio delle guide, gli impianti. Non guardare i blog, che è una cosa pericolosissima: un bravo alpinista può scrivere sul proprio blog che sulla cresta Signal ci sono condizioni eccezionali, ma non tutti possono essere bravi come lui. Bisogna fare un’attenzione estrema ad andare a leggere sui blog, perché chiunque scrive qualsiasi cosa. Se si telefona invece all’ufficio delle guide, all’ufficio informazioni, alla società degli impianti la gente che risponde prima di tutto sta facendo il suo lavoro, inoltre si deve assumere la responsabilità di quello che dice. Questo costringe anche gli operatori a tenersi molto aggiornati sulle condizioni che continuano a cambiare, quasi ogni giorno, e ad essere molto professionali e responsabili delle informazioni che danno. Bisogna però anche allontanare il terrorismo, perché dopo sciagure di questa portata nessuno vuole più andare in certi posti, come la Capanna Margherita, perché ci sono degli incidenti, ma gli incidenti purtroppo sono sempre successi e continueranno a succedere, ma non si può fare di tutta l’erba un fascio. Ogni singola situazione ha la sua storia, bisogna capire cosa è successo invece di dire che è pericoloso. Perché lo sappiamo tutti che la montagna è pericolosa in ogni caso, tutti i giorni, dipende da come noi scegliamo di affrontarla.

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10 Comments

  1. Che sollievo leggere questa intervista! Finalmente argomentazioni chiare, competenti e pacate, che rimettono al centro dell’attenzione gli aspetti sostanziali dell’andare in montagna: la conoscenza, il rischio, la consapevolezza.

  2. Egr Sig Cucchi,

    voglia accettare i miei complimenti per le Sue belle parole. 

    Su due punti però non sono d’accordo :

    eventuali controlli o divieti o altro sposterebbero di poco il problema, oltre a creare un clima decisamente ostile. 

    Inoltre, i punti di applicabilità di tali verifiche non sarebbero di certo un piccolo numero, ma tutti i singoli accessi ai ghiacciai, diciamo almeno quelli “facili”. Va da sé che è praticamente impossibile. 

    Cordiali saluti

  3. Grazie Michele.
    sono molto d’accordo: manca in Italia la cultura dell’alpinismo e della montagna. L’alpinismo è affascinante proprio perché è una disciplina che contiene tanti elementi: tecnica, ambiente, conoscenza del territorio, allenamento fisico, aspetto psicologico, attrezzatura, …
    Padroneggiare anche solo minimamente tutti questi aspetti, esserne un minimo consapevoli, è fondamentale e qualifica l’alpinista, anche se solo alle prime armi.
    Ed è evidente che per la complessità di tutti questi aspetti, la montagna e l’alpinismo vadano affrontati e diffusi con una operazione culturale.
    Grazie,
    G

  4. Nei film e nei documentari….ambientati in alta montagna ..la colonna sonora fa capire allo spettatore che ci si avvicina ad un pericolo..ma in realta’ questa musica inquietante da film di Hitchkcock non esiste.Bisogna prepararsi e organizzarsi come un “ragioniere” e anche programmare….forma fisica, abbigliamento allenamenti.Inviene spesso la “gita “appare una impresa da avventurosi che vogliono evadere dalla routine.

  5. In Agosto le temperature sono alte, le montagne scaricano di più e con maggior frequenza, i ghiacciai hanno i crepacci aperti ed gli eventuali ponti sono da sondare. Se aggiungiamo a questo che un numero altissimo di persone si trova in vacanza, credo che possiamo spiegare il perchè dell’aumento degli incidenti.

    Se ad essere coinvolti sono alpinisti: beh ognuno a modo suo e con la sua sensibilità ha fatto le valutazioni per fare o non fare un itinerario e l’errore umano può essere anche compartecipato dalla fatalità.
    Sui turisti, sarebbe corretto che i gestori degli impianti che evidentemente hanno tutto l’interesse a far salire anche quelli in sandali, si accollino l’onere di fare prevenzione attivamente.

  6. non sono d’accordo… è chiaro che quello che ha “portato” (in spalla? in braccio?) la morosa con i jeans e lo zainetto al Colle Flambeaux è intelligente ed esperto: infatti, ben consapevole del rischio, manda avanti lei nell’attraversamento del crepaccio…

  7. Il credo che la montagna, così come il mare, vadano rispettati affinché loro possano rispettare te. Altrimenti, affrontare rischi da parte di turisti impreparati a cogliere le improvvise avversità della natura secondo me è un suicidio

  8. Solo ipocrisia…si vogliono costruire impianti di risalita sempre più in alto, sempre più deturpanti il paesaggio e poi ci si lamenta se ci sono gli imbecilli con le scarpe da tennis in alta montagna? E’ la “cultura della funivia”, dell’ impianto di risalita, il primo, inequivocabile segnale di mancanza di rispetto verso la montagna e verso la sacralità che la montagna dovrebbe avere. Che senso ha pretendere intelligenza e buonsenso da parte dei turisti quando non c’e nessun senso di rispetto verso la montagna da parte di chi continua a costruire impianti di risalita (politici e affaristi) ormai onnipresenti e da chi li approva (guide e locali) ?
    Le guide poi, da raccomandare veramente…portano su i clienti sempre più in alto sfruttando l’ ennesima funivia (come accade sul Monte Rosa) e poi? Insegnano questo ai clienti? Che l’ alpinismo è pagare un biglietto? Non fatica e sudore e certo tanta passione? Senza dimenticare quelli che vanno in gippone fino a quasi tremila metri e poi solo da lì cominciano a camminare. Succede così che un rifugio d’alta montagna, come il Quintino Sella, venga scambiato per un bar tavola calda dove andare a magnare la polenta…con le infradito!
    Allora, invece di uscire fuori ad ogni tragedia a sproloquiare di divieti, facciamo che in montagna si va solo in un modo: A PIEDI, ci pensino le signore guide, che si risolveranno magicamente tutti i problemi di turisti incompetenti.

    1. Corretto. Condivido pienamente.
      Gli impianti che portano in alta quota come ad esempio quello nuovo in Conca Presena, deturpano e snaturano i luoghi.
      Inoltre l’esistenza di questi impianti favoriscono un approccio superficiale alla montagna, soprattutto da parte di persone inesperte, facilone, insensibili alla cultura alpina che prevede consapevolezza di se e del rischio in montagna.

      Stefano

  9. Io non ce l’ho fatta ad arrivare al Quintino Sella con le infradito, mi sono dovuta allacciare scarponi robusti, e tra l’altro ero anche accompagnata da una brava guida alpina che negli anni mi ha insegnato ad andare in alta montagna anche senza guida , ma con il cervello acceso.

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