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Alpinismo, Primo Piano

Karakorum, scampoli di alpinismo di alto livello

Thomas Huber è un alpinista tedesco di tutto rispetto ed ha 49 anni. Un paio di mesi fa aveva rilasciato un’intervista interessante, che avevamo riportato, in cui diceva: sono caduto mentre arrampicavo, salvandomi per grande fortuna, e questo mi ha fatto molto pensare. Il frutto di questa riflessione era che bisogna fare grande attenzione all’eccesso di confidenza con i rischi ed il pericolo, in particolare in tutte le situazioni nelle quali, per questioni ambientali e di dimestichezza con una particolare struttura naturale, sia essa di arrampicata o montana, si è portati ad abbassare le difese immunitarie psicologiche e tecniche.

Un atto di grande umiltà, pari solo al numero e alla qualità delle sue realizzazioni alpinistiche ed alla sua capacità tecnica.

Thomas raccontava di essere stato incredibilmente fortunato quando lo scorso 5 luglio aveva fatto un “salto” di 16 metri precipitando al suolo per un suo errore nel manovrare una corda su una paretina che ben conosceva. Una brutta caduta e una frattura cranica. Incredibilmente veloce è stato anche il recupero, che gli ha consentito di partire per la programmata spedizione in Karakorum alla parete Nord del Latok I, di 7108 m, insieme a Toni Gutsch ed a Sebastian Brutscher. Gente che da quelle parti s’è divertita su vie dure.

Al campo base condiviso ci saranno con loro anche due americani: George Henry Lowe e Jim Donini con Thomas R. Engelbach.

Bisogna sapere che i primi due sono settantenni che, ancor più dei loro amici tedeschi, sui Latok hanno fatto lo storia dell’alpinismo estremo, basti pensare che nel ‘78 rimasero in parete per 26 di fila sullo sperone Nord del Latok I.

Quando un paio di settimane fa facemmo un sondaggio a seguito delle affermazioni dei due alpinisti sloveni Aleš Cesen e Luka Lindič, secondo i quali l’alpinismo trad è fermo agli anni 70/80, coglievamo non solo una sensazione, ma davamo voce ad una verità che fa forse comodo agli alpinisti attuali non raccontare. Nel ‘78 in con George sul Latok c’era il cugino Jeff Lowe, noto per le sue scalate formidabili, e recentemente per il documentario “Jeff Lowe’s Metanoia”.

Thomas Huber invece dopo la sua caduta, con eccezionale spirito e l’aiuto dei medici, ha avviato un programma di recupero rapido che in poche settimane gli ha permesso di sperare di farcela a partire per il Pakistan: una serie di analisi sulle reazioni neurologiche in ipossia hanno dato esito positivo e le 4 vertebre che si erano compresse hanno smesso di far male. Ma la sua principale rassicurazione derivava dalla certezza di poter saper rinunciare in caso se ne fosse presentata la necessità. La partenza ritardata verso la fine della stagione alpinistica in Karakorum nasce dalla considerazione che, come ha spigato su questo sito anche Daniele Bernasconi, il sole alle quote relativamente basse di questa parte della catena del Karakorum è molto forte fino a fine agosto, una scelta più autunnale potrebbe essere una soluzione. Certo a settembre e ottobre fa un po’ più freddo, ma sulle pareti si arrampica meglio e più sicuri ed inoltre il meteo normalmente volge al bello.

Thomas e compagni sono partiti con l’idea dalla parete nord del Latok, ma senza distogliere lo sguardo dalla cresta Nord, ma il cattivo tempo e l’azione di soccorso volta a individuare dove siano Kyle Dempster e Scott Adamson, come accade in montagne e in particolare su queste montagne, stanno cambiando i piani di Huber e dei suoi amici, che certo non sono tipi che si tirano indietro nel dare una mano.

Una pagina e una storia attuale di un alpinismo scritta da uomini che provengono da un modo di pensare il salire le montagne di decenni passati. Chissà forse più appassionanti, anche se meno di vetrina.

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