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Vajont, la teoria dello “tsunami alpino”

Photo courtesy of Miriam Terruzzi
Photo courtesy of Miriam Terruzzi

Nella sera del 9 ottobre 1963, in Friuli Venezia-Giulia, una tremenda frana dal Monte Toc cadeva nel bacino del lago artificiale costruito sulla diga del Vajont, e provocava una ancor più terribile inondazione che avrebbe distrutto il fondovalle e ucciso quasi duemila persone.

Cinquantatré anni dopo, uno studio condotto dal Dipartimento di Antropologia dell’Università di Durham mira ad analizzare le conseguenze del disastro, concentrandosi sulle ferite inferte al territorio e ai suoi abitanti.

Il progetto ha un nome particolare, “Tsunami: tracce sepolte e assemblaggi di tecnologia e lasciti documentali dopo il disastro”. “La gigantesca massa d’acqua sprigionatasi nel disastro del Vajont è paragonabile, insieme al ‘comportamento’ dell’onda e ai suoi effetti devastanti, a quella mossasi nelle tragedie avvenute in Tailandia”, spiega la dott.ssa Claudia Merli, professore associato al Dipartimento di Antropologia e guida del gruppo di ricerca.

Non si è trattato certo di un’onda marina, lassù, ma, come chiarifica la Merli “La letteratura inglese, non a caso, fa riferimento al Vajont facendolo rientrare nella categoria di ‘tsunami alpino’”.

La ricerca, finanziata dall’ateneo britannico, andrà ad investigare su quattro aree tematiche principali: “I processi socio-economici di recupero e di identità per le comunità locali; le conseguenze e i processi di comprensione locale del ruolo della tecnologia nella causazione del disastro e nell’ambito della prevenzione; l’archeologia delle caratteristiche naturali e antropiche del paesaggio a seguito del disastro; la comprensione del processo di identificazione forense delle vittime e successive sepolture”.

Insieme a Claudia Merli, gli antropologi Trudi Buck e Michele Fontefrancesco e l’archeologo Paolo Forlin.

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