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Muore Roberto Bonelli, il mondo dell’arrampicata dice addio ad uno dei suoi protagonisti

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Roberto Bonelli negli anni ’70

Roberto Bonelli è caduto scendendo dalle placche del Draye, nella valle dell’Ailefroid, nel gruppo francese degli Ecrins. Aveva 62 ed era stato negli anni ‘70 e ‘80 uno degli arrampicatori il cui nome era sinonimo di arrampicata ai massimi livelli, “uno forte”, in tutti i sensi.

Ieri stava scendendo e mentre preparava una doppia è inciampato, scivolato, ha fatto un volo e non c’è stato più nulla da fare. Un’assurdità, vien da dire. Un controsenso per la sua storia alpinistica che per molti anni, insieme a personaggi come Andrea Gobetti, Danilo Galante, Gabriele Beuchod, ha interpretato l’arrampicata come sfida, a volte estrema, alla ricerca della libertà, del piacere e del divertimento di salire vie difficili. Erano gli anni nei quali dopo gli scarponi e i calzettoni rossi finalmente si usavano le P.A. (Pierre Allain), le prime scarpette morbide che si compravano in Francia. Erano gli anni del “nuovo mattino” di Giampiero Motti, considerato da Bonelli il fratello maggiore, della ricerca di posti nuovi d’arrampicata, le Calanques e il Verdon, di Giancarlo Grassi e delle sue sfide in Valle dell’Orco su vie come Cannabis e dell’individuazione di linee che spesso erano fessure sempre più sfidanti, come la Fessura della Disperazione: la prima via su granito aperta da Roberto Bonelli che poi aprì centinaia di vie all’Orrido di Foresto, nelle Valli di Lanzo, in val dell’Orco, affrontate spesso in solitaria. Non per esibizionismo, ma per naturale scelta.

Zazzera e basettoni, un’immagine che rimarrà sempre impressa nella memoria di chi conobbe in quegli anni Bonelli; “mitologica” era stata la sua prima ripetizione della fessura Kosterlitz, un’incisione verticale su di un masso di granito alto una decina di metri e situato a pochi metri dalla carreggiata. Alessandro Gogna, che la raccontò infinite volte, fu l’artefice di quello stupore alpinistico.

Dopo gli anni ‘80 si era appassionato al torrentismo e con l’amico Paolo Oliaro scende per la prima volta l’orrido di Foresto, quello di Oulx, e si lanciano in torrenti spumeggianti con l’hydrospeed.

Da qualche tempo era tornato all’arrampicata, con una prudenza maniacale, dice l’amico Giulio Beuchod, oggi guida alpina.

Ma il destino ieri era in agguato e ancora una volta la gravità ha avuto il sopravvento. Il peso specifico di questa perdita è però elevato; è un pezzo importante della storia alpinistica e umana di quegli anni ‘70 e ‘80 che ci torna nel cuore e nella mente, purtroppo per questo triste ed assurdo epilogo della via di uno dei suoi migliori protagonisti.

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