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Intervista a Ueli Steck: “la maggior parte degli alpinisti arrampica come 30 anni fa”

E’ conosciuto con il soprannome di Swiss Machine per le sue straordinarie performance in montagna, dove frantuma i record di velocità. Ci ha abituati a seguirlo nelle grandi scalate, ma anche nelle gare più sfidanti di trail, come l’Ultra Trail du Mont Blanc. Quasi sempre ammirato, ma a volte anche criticato per il suo modo di vivere in velocità la montagna. Abbiamo quindi cercato di farci spiegare direttamente da lui, Ueli Steck, tutte queste sfaccettature ed il suo alpinismo.

 

Hai partecipato a fine agosto alla OCC, gara dell’UTMB, e non era la prima volta. Come è andata?

Ho partecipato all’OCC anche l’anno scorso. Quest’anno è stato un po’ più difficile: avevo corso sul Monte Bianco un paio di giorni prima ed ero per questo motivo abbastanza stanco. È stato però un ottimo training! Ed è questo lo scopo delle gare: per me sono un buon allenamento perché quando si compete con altre persone, si spinge di più.

Qualche giorno prima hai fatto una grande performance sul Monte Bianco. In che relazione sono il trail e l’alpinismo?  Uno è sussidiario all’altro oppure sono due mondi separati?

Il trail è una grande parte dell’alpinismo di questi tempi e lo sarà ancora di più nel futuro. Certo, le abilità tecniche sono importanti, devi sapere come si arrampica, ma con il trail cambi completamente la tua mentalità: un alpinista pensa che 1000 metri siano un gran dislivello e che 1800 metri di scalata siano molti, ma per un trail runner queste sono solo delle piccole corse.

Ti alleni in modo diverso per una gara di trail rispetto a quando prepari una scalata?

In realtà non faccio nulla di specifico: sono un alpinista, quindi non mi alleno come un trailer. Ma il trail running e le corse sono una grande parte del mio allenamento poiché mi consentono di migliorare il mio alpinismo. Uso le corse come training ad alta intensità, ma i miei obiettivi sono ancora scalare le montagne!
La scorsa settimana sono riuscito a scalare una via perfetta per me, una di quelle che solitamente cerco: ho salito la via Bonatti sul Pilastro Rosso del Brouillard sul Monte Bianco. È stato un gran giorno: ho lasciato la Val Veny la mattina, ho corso fino al Monzino, dove ho preso un caffè, ho cambiato le scarpe ed ho scalato il granito perfetto del Pilastro Rosso, dopo la pura arrampicata su roccia, sono tornato all’arrampicata mista fino alla vetta del Monte Bianco e sono sceso in Francia. Quello è stato un giorno fantastico perché c’erano tutte le componenti dell’alpinismo!

Quando vai in montagna con il cronometro in mano, cosa cerchi? Il record assoluto, la performance, il superamento dei tuoi limiti, l’avventura?

Il cronometro mi aiuta a controllare le mie performance, per vedere i miei progressi. Monitorare il tempo mi aiuta a capire come posso evolvere, così quando sono in montagna sono più consapevole di quello che sono in grado di fare. Mi mostra inoltre quali limiti posso raggiungere.

Quanto conta la velocità di esecuzione in una scalata?

Mi piace scalare nel modo più semplice possibile, senza attrezzatura. Più sei forte, meno equipaggiamento ti serve!  Sapersi muoversi velocemente è importante: se si desidera compiere una lunga scalata devi essere in grado di essere veloce. La velocità dà molte più possibilità. È inoltre molto più facile e semplice quando sei in grado di scalare una montagna da valle.

Molti ritengono che i record di velocità non siano alpinismo perché mancherebbe la componente dell’esplorazione. Cosa ne pensi?

In montagna si è liberi di scegliere quello che si vuole fare: ogni alpinista può decidere come arrampicare e questo è grandioso. Salire con le corde fisse o in free climbing è una tua decisone; l’importante è capire cosa vuoi tu e non cercare di arrampicare come vogliono le altre persone. È la tua esperienza non quella degli altri.

Dopo essere tornati dal Gashebrum 4, dove hanno tentato di salire la cresta nord-ovest, gli alpinisti sloveni Aleš Cesen e Luka Lindič hanno scritto che l’alpinismo degli anni ’80 e ’90 è ancora oggi quello del futuro. Abbiamo chiesto qualche giorno dopo ai nostri lettori, tramite un sondaggio, se erano d’accordo con queste affermazioni e molti di loro hanno risposto che non lo erano perché la tecnica e la velocità, come le tue, sono il futuro. Ritieni che il tuo alpinismo sia il futuro o sei d’accordo con Lindič e Cesen?

Non abbiamo fatto alcun progresso negli ultimi 30 anni e siamo molto indietro rispetto alle possibilità. Gli alpinisti hanno provato per anni a fare la traversata delle creste del Fitz Roy, poi sono arrivati Tommy ed Alex e ci sono riusciti (Tommy Caldwell e Alex Honnold. NdR). Entrambi non sono completamente definibili come alpinisti e questo la dice lunga. Lo stesso in Himalaya: c’è ancora una mentalità molto conservativa e la maggior parte degli alpinisti arrampica come 30 anni fa!

Cosa pensi della sfida di Killian Jornet all’Everest?

È un gran progetto. Questo è solo uno step, ma molto importante. Spero che avrà le condizioni meteo per portare a temine la sua sfida! Gran parte dell’esperienza alpinistica riguarda l’esplorazione di se stessi.

Credi che Killian possa essere considerato il tuo erede oppure siete troppo diversi  tra di voi e l’unica cosa che vi accomuna è la velocità?

Nella corsa non ho chance di tenergli il passo, ma nell’arrampicata è differente. Siamo diversi, ma penso che abbiamo del potenziale assieme e spero di poter intraprendere qualche avventura con lui in futuro. Questo ragazzo è una grande ispirazione per me!

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3 Comments

  1. Grande Ueli, in tanti vivono la montagna come te. E vedo un deja vu: venti anni fa le stesse cose, gli stessi principi, a favore e non, gli stessi commenti, le stesse sensazioni venivano spese per un altro grande: Marino Giacometti. Viva queste idee, nuove perchè su territori diversi ma concepite dal passato, basti pensare a Paul Preuss… E di questi giorni, proprio di ieri, BIKE&CLIMB, da GROSIO in bici e salite tutte le TREDICI CIME dal Pizzo Tresero al Cevedale, 70km di cui 20km sempre sopra i 3300m per un totale di 5000metri di dislivello, ad opera di Fabrizio Franzini Fibra, Giacomo Meneghello, Tomas Muscett, e dal campione Marco De Gasperi, con Andrea Prandi e Luigi Cristani e Giuliano Bordoni.

  2. Arrivati a standard che un tempoerano temerari e considerati impossibili..ad un certo punto bisogna accontentarsi.O si cercano nuovi itinerari o nuove zone da scalare..o la geologia fara’ , coi suoi tempi , il suo rinnovamento: crolli di pareti, erosione, si scrollera’ di dosso le chiodature e le relazioni dettagliate saranno obsolete.Per i bis-bis nipoti..tutto daccapo.Forse qualcosa di nuovo nei materiali ..ma non miracoli.Forse il rifornimento in parete ..con i droni.

  3. Mi sembra che Steck concordi sulla mia tesi che l’alpinismo in Himalaya sia fermo agli anni 80/90 e questo è importante se a dirlo è l’unico che in questi anni ha fatto la sola impresa un minimo innovativa in Himalaya (parete sud Annapurna) perchè, se è vero che c’erano già delle via aperte in solitaria sugli 8000, nessuna è paragonabile come difficoltà.

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