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Speleologi italiani scoprono una misteriosa grotta piena di teschi ed ossa umane in Macedonia

Quella che doveva essere una pre-spedizione che aveva l’obiettivo di effettuare verifiche carsiche di superficie, ed allacciare rapporti con Gruppi Speleo e le autorità̀ locali per future esplorazioni, ha avuto risvolti inimmaginabili. Otto speleologi italiani si sono resi protagonisti di un importante ritrovamento in Macedonia; si addentrano in una cavità naturale che custodisce una cinquantina di crani e numerose ossa umane.

La spedizione era organizzata dal Centro di Speleologia Montelago e capitanata da Daniele Ferranti.

Il gruppo era partito il 16 agosto fiducioso del fatto che tutte le indagini condotte a tavolino, e lo studio delle immagini satellitari, evidenziavano un territorio molto interessante, che presentava evidenti segni di carsismo superficiale; l’attenzione del gruppo si è focalizzata sugli altopiani del Parco Nazionale di Mavrovo, situato nella parte ovest della Nazione a confine con l’Albania, dove non risultavano notizie di cavità rilevanti.

I risultati non hanno tardato ad arrivare; già̀ dalle primissime esplorazioni sono emerse numerose cavità naturali, alcune delle quali molto importanti da un punto di vista speleologico.

La presenza degli speleologi ha suscitato grande curiosità̀ ed entusiasmo da parte delle autorità̀ locali e di alcuni esponenti del governo con i quali si sono susseguiti numerosi incontri per pianificare alcune attività̀ congiunte. Tra queste la possibilità̀ di esplorare un luogo da sempre circondato da un alone di mistero.

Come spesso accade, le leggende legate alle grotte sono molto fantasiose ed il più̀ delle volte prive di ogni fondamento, ma questa volta gli speleologi, una volta entrati, stentano a credere a quanto si presenta ai loro occhi: dislocati lungo una condotta naturale lunga circa 50 metri, hanno trovato un numero indescrivibile di ossa umane e contato una cinquantina crani, alcuni dei quali appoggiati sulla roccia, altri giacenti sul terreno, altri ancora parzialmente ricoperti dal fango. La disposizione di alcuni di essi, e la presenza di alcune piccole tracce di cera sulla roccia, lasciano intendere che qualcuno fosse già̀ entrato nella grotta, con ogni probabilità̀ cercatori d’oro.

Il pavimento è risultato ricoperto da uno spesso e compatto strato di fango e sedimenti dai quali emergevano ovunque ossa umane, alcune di esse coinvolte in fenomeni di concrezionamento. Lo stato di conservazione dei reperti ossei è molto differente e non essendoci esperti nel gruppo, gli speleologi si sono limitati ad effettuare una documentazione fotografica facendo ben attenzione a non danneggiare ed inquinare il sito per non compromettere in alcun modo nessun studio specifico futuro.

I reperti si ipotizza possano appartenere periodi storici differenti stratificati uno sull’altro, ma solo a seguito di un’investigazione accurata e sistematica si potranno avere maggiori delucidazioni. Gli abitanti del luogo narrano di racconti legati al luogo che fanno riferimento ad un suicidio di massa di un considerevole numero di donne che si tolsero la vita buttandosi dentro alcuni pozzi naturali per non cedere alla dominazione ottomana (il periodo storico corrispondente è intorno al 1400).

Oggi il sito è presidiato dalla polizia per evitare che, a causa del clamore suscitato dal ritrovamento, vi possano essere visite non autorizzate che possano arrecare danneggiamenti. Le autorità̀ locali hanno incaricato ufficialmente gli speleologi italiani di approfondire la questione, coinvolgendo quanto prima istituti e ricercatori qualificati.

Hanno partecipato alla spedizione:

Sefedin Arslani (Secco); Daniele Ferranti; Alberto Di Fabio; Andrea Gianangeli; Giorgio Marinelli; Cristina Carlocchia; Giampaolo Bellesi; Giacomo Berliocchi; Paola D’Eugenio; Eugenio Berliocchi; Luigi Russo; Serena Assogna.

 

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