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Alpinismo, Primo Piano

Una perfetta estate pakistana sulle Trango Tower ed una nuova via sull’Uli Biaho

Riportiamo il resoconto e le fotografie della spedizione di questa estate di Vittorio Messini e Johannes Steidl in Pakistan, dove hanno avuto grandi soddisfazioni, compiendo diverse ascese sulle Trango Tower ed aprendo Mountain Medicine, una nuova via sull’Uli Biaho.

(Testo e foto Vittorio Messini e Johannes Steidl)

Pakistan 2016 – Quale alpinista non sognerebbe una volta nella vita di essere su una solitaria torre di granito sulle più alte montagne del mondo? Le torri Trango, nella valle Pakistana del Baltoro, offrono, sia per un classico alpinista che per un arrampicatore libero, una sensazione di pura fibrillazione.

Già nella scorsa estate iniziarono i primi colloqui per una spedizione alpinistica verso il Pakistan con alcune guide alpine del Tirolo: l’entusiasmo per l’impresa era grande. Quando però nel concreto si avvicinò la data per la partenza, sia per l’oggettiva complessità e difficoltà delle montagne, sia a causa dei politici avvenimenti il gruppo da cinque partecipanti si ridusse a due: l’insegnate di Hall (Tirolo) e guida alpina Johannes “Jojo” Steidl e la guida alpina di Kals am Großglockner e geologo Vittorio “Vitto” Messini.

Verso metà giugno venne spedito parte del materiale e adempita la fastidiosa parte burocratica verso l’ambasciata. All’inizio di luglio, alcuni giorni prima del volo, ci fu un attentato all’aeroporto di Istanbul, dove noi avevamo il primo scalo aereo. Questo atto terroristico ci mise in allarme, però arrivati all’aeroporto di Istanbul non notammo niente di preoccupante.

Il giorno dopo arrivammo in Islamabad dove venimmo accoliti da “Muhammad Iqbal”, il capo della agenzia “Shipton Trekking Tours” e condotti in Hotel. E’ la fine del ramadan, il periodo di digiuno e preghiera dei musulmani e l’inizio delle ferie estive. Un numero incredibile di persone si mette in movimento rallentando considerevolmente il nostro viaggio.

La valle che noi dobbiamo risalire è piena di persone e autoveicoli, inizialmente la strada è a tre corsie, poi si trasforma in una piccola e stretta strada di montagna. Avvicinandoci alla città di Skardu il numero dei turisti diminuisce ed uno sguardo al Nanga Parbat, ci fa ricordare perché siamo venuti qui. Arrivati alla città di Skardu, grossa come Lienz nel Tirolo dell’est, il nostro cuoco ed accompagnatore finiscono di organizzare il viaggio e solo dopo due giorni siamo pronti per la partenza. In una piccola jeep partiamo quindi verso la valle dove notiamo scendere sul fiume enormi quantità di acqua di scioglimento provenienti dal ghiacciaio del Baltoro.

Una stretta strada di montagna posta in un ripido ed instabile pendio conduce verso il paese di Askoli. Questa strada conferma ciò che altre spedizioni descrivevano: il percorso montano, uno dei più pericolosi tratti stradali di tutta la spedizione è una continua sfida!

La cittadina di Ascoli è il punto di partenza per tutte le imprese alpinistiche nella valle del Baltoro, da sottolineare come questo paese sia molto povero, ove non esiste né telefono né corrente elettrica. Per ben tre mesi in inverno rimane isolato dal mondo esterno e gli abitanti trascorrono la maggiore parte del loro tempo nelle cantine delle proprie abitazioni. Una grossa parte degli uomini del paese di Ascoli è impegnata in estate nel trasporto dei materiali delle varie spedizioni; tuttavia soltanto fino al campo base, poiché i portatori specializzati nei campi di alta quota vengono direttamente dal Nepal.

Nel pomeriggio vengono anche i nostri portatori con i rispettivi animali da soma, e finalmente il giorno dopo possiamo metterci in cammino. Dopo tre giorni di marcia ci troviamo di fronte ai giganti di granito, similmente alla prima volta in Chamonix oppure in Patagonia, guardiamo in alto con doveroso rispetto rimanendo letteralmente in bocca aperta.

Arrivati al campo base, un posto pianeggiante fra morene glaciali e pareti verticali, con accanto un laghetto, possiamo salutare dei colleghi alpinisti provenienti dalla Svizzera e dalla Repubblica Ceca che erano già arrivati al campo base da circa una settimana. Velocemente si congedano anche i nostri portatori con i rispettivi muli e così possiamo cominciare con la costruzione delle tende e con il controllo delle attrezzature che verranno utilizzate per le ascensioni. Nel contempo sbirciamo le pareti di granito fino dove arriva l’occhio, e nessuna vetta risulta piu’ bassa dei 5000 metri. Le più alte vette si trovano appena sopra i 6000m dove a volte riscontriamo pinnacoli di ghiaccio.

Sebbene avessimo gia’ lette molti articoli riguardo a queste montagne e centinaia di alpinisti nel passato avevano già intrapreso ascensioni, rimaneva per noi un qualcosa di particolare il poter arrampicare in queste montagne Pakistane.

Il giorno dopo partiamo verso il “Sadu Peak”, una montagna non lontana dal campo base, seguendo una via chiamata “Sadu Maso” (6c, 450m). Purtroppo a causa di una forte pioggia non possiamo terminare l’ascensione.

Il giorno dopo, utilizzato inoltre per l’acclimatizzazione, scrutiamo il bollettino meteo per i seguenti giorni. Già nella sera seguente il cielo si apre e possiamo incamminarci verso il famoso famigerato canalone in direzione Trango Tower (detto anche “Nameless Tower”). Comunque il Trango Tower non sarà la nostra meta per il giorno dopo, bensì la piccola torre posta ad est alta circa 5400m: il “piccolo Trango”.

In tarda serata raggiungiamo l'”ABC” (advanced base camp), luogo che viene chiamato in questo modo dal nostro cuoco, abituato alle spedizione degli ottomila. In definitiva niente altro che un grosso blocco granitico con intorno piccole zone pianeggianti, dove possiamo piazzare le tende. Ci troviamo all’incirca alla altezza del Monte Bianco, nonostante ciò possiamo dormire bene.

La mattina inizia molto fredda, seguiamo il canalone per alcune centinaia di metri e lo lasciamo verso destra per una grossa rampa rocciosa. Alcuni gradini sono ghiacciati, da qui necessitiamo di ramponi e piccozza. L’ascensione di per sé non è molto difficile, però avvertiamo sempre più la rarefazione dell’aria. Non solo il respiro si fa pesante, ma anche la testa comincia a fare male.

Quando raggiungiamo la cresta, dove inizia la via d’arrampicata verso il “Piccolo Trango” (“PM Wall”, 5.10+, 250m) la parete si presenta in pieno sole, ma le fessure sono ghiacciate ed ovunque scorre acqua. Quindi decidiamo di proseguire un tratto verso l’alto fino ad una selletta dove sembra un po’ più facile. Dopo una facile rampa ed un non previsto tiro in artificiale ci troviamo di nuovo nel percorso originale. Ora seguiamo la via attraverso diversi camini i quali essendo ricoperti di neve e ghiaccio richiedono astuzia ed esperienza per poter essere superati. Arrivati alla penultima sosta pensiamo, scuotendo il capo, che come prima ascensione di acclimatizzazione questa è quella giusta. Gli ultimi due tiri sono per fortuna senza neve ed offrono una piacevole arrampicata. Ancora uno sforzo e finalmente siamo arrivati in cima alla nostra prima montagna Pakistana! Verso est il Great Trango, verso il ovest il Trango Tower e lo sguardo spazia in lontananza verso i grandi ottomila, come il K2, il Broad Peak, il Gasherbrum e gli altri, siamo veramente sopraffatti dall’emozione. Purtroppo non possiamo godercela a lungo, poiché il mal di testa peggiora e cominciamo subito con la discesa in doppia.

Dopo alcune ore scendiamo di nuovo al campo avanzato e scherziamo con gli alpinisti svizzeri che erano appena arrivati. Il tempo stabile dovrebbe durare ancora e, sebbene stasera siamo sfiniti, domani vogliamo continuare con il previsto piano di acclimatizzazione e salire al Great Trango sulla via normale. Non dovrebbe essere tecnicamente difficile (pendenze fino a 50°), ma con i suoi 6250m rappresenta per noi una quota finora mai raggiunta. La mattina presto ci mettiamo in cammino e prendiamo la stessa via del giorno precedente fin su alla cresta.

Il nostro passo non è diventato più veloce, però avvertiamo l’altezza un po’ meno di ieri. Ora le vie si dividono e seguiamo un ripido canale in direzione del ghiacciaio. Le condizioni sono ottime, neve abbastanza dura, cielo blu e assenza di vento, cosa vogliamo di più!

Verso l’alto vi sono continuamente ripidi passaggi da superare ed anche il ghiacciaio si fa un po’ più impegnativo. Ora la neve dura diventa sempre più polverosa, conseguentemente fare le tracce diventa più faticoso. Ora ci separano solo 200m di dislivello dalla vetta, ma dobbiamo ancora stringere i denti e darci continuamente il cambio. Finalmente dopo sei ore di salita arriviamo sull’innevata vetta del “Great Trango”, fatta! Non ci rendiamo ancora bene conto, ma in due giorni abbiamo scalato due vette importanti ed impegnative! Ora possiamo goderci il fantastico panorama, intorno a noi lo sguardo si posa su infinite montagne di tutti i tipi con un tempo da sogno. Però sono passati forse non più di cinque minuti dal nostro arrivo sulla vetta, che comincia a farsi sentire con un forte mal di testa che, purtroppo, ci costringe a volerci velocemente preparare per la discesa. Sapevamo già che il nostro piano di acclimatizzazione era un po’ troppo “veloce”, ma cosa dovevamo fare se il tempo è fantastico e la motivazione alle stelle? Già nel primo pomeriggio possiamo fare il bagno nel laghetto presso il campo base e distendere i piedi verso l’alto…

Il giorno seguente il tempo è in peggioramento, così possiamo fare il controllo del materiale e cominciare la preparazione per il “Trango Tower”. Domani il tempo dovrebbe essere buono, ma non vogliamo affrettarci e saliamo di nuovo verso l’ABC il giorno dopo verso sera. La nostra meta e’ la via chiamata “Eternal Flame”, che venne aperta nell’anno 1989 dai famosi alpinisti tedeschi Wolfgang Güllich, Kurt Albert e compagni. Questa via passa attraverso i 700m della parete sudest del “Trango Tower” (6200m circa). E’ l’ascensione più classica e probabilmente la più ripetuta del Karakorum Pakistano.

Sebbene le difficoltà in relazione all’altitudine siano elevate (7c+), questa via può essere affrontata con una relativa moderata difficolta anche in arrampicata tecnica libera (C1+). Il giorno seguente saliamo con due pesanti zaini fino alla selletta dividente il “Little Trango” ed il “Trango Tower”. Dalla sella per raggiungere l’inizio del “Flame” deve essere superato il cosiddetto avancorpo (300m, 7a).

In questo punto notiamo come molti più alpinisti, rispetto al Little ed al Great Trango, erano già passati. Dappertutto vi sono resti di corde fisse di precedenti cordate che ci indicano la strada da seguire. In questa giornata soleggiate l’aspetto maggiormente difficile, più che l’arrampicata in sé, è portarsi dietro il grosso carico di materiale in due haulbags. Nel pomeriggio arriviamo in fine alla cosiddetta “terrazza del sola”. Qui la montagna spiana leggermente per circa 100m, permettendo la possibilità di bivaccare. Arrivati allo spallone, siamo più sollevati potendo montare finalmente la nostra piccola tenda. Il nostro piano per “Eternal Flame” è di potere realizzare l’ascensione in un giorno, utilizzando un sistema misto di arrampicata libera ed arrampicata in artificiale. Mentre noi ci prepariamo il nostro trevellunch notiamo gli svizzeri sul “Flame” ed i cechi nella “via slovena” mentre stanno arrampicando durante il tramonto.

Sebbene la notte sia corta, non abbiamo bisogno di sveglia e marciamo spediti fino all’inizio della via. Già sul traverso del secondo tiro siamo già completamente lucidi. Procediamo con la tecnica dell’alternanza: ogni cinque tiri ci diamo il cambio di primo di cordata, mentre il secondo, segue salendo con i jümars. Dopo i primi tiri ci appare chiare perché la via “Eternal Flame” viene così chiamata. Una lunga fessura a mano segue l’altra, niente di meglio di quanto possa augurarsi uno arrampicatore amante delle fessure. Sebbene ogni tanto dei tratti ghiacciati ci costano tempo, procediamo lentamente senza ostacoli verso l’alto. Talvolta le fessure sono così perfette che permettono l’ascensione veloce, ma dopo quattro o cinque movimenti la pulsazione diventa così forte che costringe a sostare. Dopo i due ultimi e difficili tiri, che corrisponderebbero in libera al nono grado, ci leviamo tanto di cappello ai fratelli Huber, i quali alcuni anni fa poterono arrampicarla completamente in libera. Prima che la via diventi meno difficile incontriamo i colleghi svizzeri che avevano già cominciato la discesa in doppia. Dopo alcuni tiri di misto arriviamo anche noi, dopo 14 ore e quasi al tramonto, sulla cima del “Trango Tower”. Non ci possiamo credere, ma ce l’abbiamo fatta! Dopo nove giorni in campo base, la nostra terza vetta non avrebbe potuto essere migliore risultato, potendo arrampicare circa due terzi della via (circa 7a, C1, M5) in libera.

Ci godiamo ancora il magnifico panorama che si apre in torno a noi, un profondo respiro e dopo ci prepariamo per la discesa, la quale richiede totale concentrazione poiché presto arriva il buio ed abbiamo ancora davanti a noi 700m di doppie. Utilizzando le pile frontali scendiamo lentamente verso la nostra tendina. Verso le dieci di sera siamo arrivati e possiamo toglierci finalmente l’imbrago. La discesa è andata bene: siamo ultrafelici cosicché possiamo dormire tranquilli. Anche la discesa del giorno dopo va bene e verso il pomeriggio possiamo gustare la cena del nostro cuoco Shukur e la compagnia dell’aiuto cuoco Ibrahim.

I giorni seguenti il tempo diventa variabile, ma ora questo non è molto importante. Al terzo giorno ci avviciniamo ad osservare lo “Uli Biaho Gallery”, una parete di ca. 500m dove si confluiscono parecchie fessure arrampicabili. Sullo spigolo di sinistra, nel 2013, l’amico Jakob Schweighofer con il collega Florian Dertig aprirono una nuova via chiamata “Nilam Nejang”. Circa 100 metri più in alto verso sinistra vorremmo cercare anche noi un po’ di fortuna. Sebbene trovassimo anche tracce di altri scalatori, in due giorni apriamo una nuova via, “Mountain Medicine” (6c, C2, 400m), che conduce inizialmente verso destra su passaggi di media difficoltà, poi, attraverso strette fessure purtroppo soltanto parzialmente arrampicabili in libera, la salita assume per le nostre mani e dita un impegno difficile ed abbastanza doloroso. Alla fine del pilastro posto ad est, arriviamo sulla vetta. Ora possiamo anche noi porre un sigillo su queste montagne!

Finora abbiamo già trascorso la metà del tempo a disposizione qui sul ghiacciaio del Trango ed il tempo promette bello anche per i prossimi giorni. Questa volta cerchiamo la nostra fortuna sull'”Uli Biaho” (ca. 6100m), che si erge così imponente in altezza da non passare inosservato. Ci incamminiamo quindi sul ghiacciaio con l’obbiettivo di passare attraverso il “canalone degli italiani”. I crepacci iniziali sono più ripidi di quanto pensassimo e richiedono già all’inizio un paio di acrobatici salti. Dopo inizia la salita attraverso l’omonimo canalone che sembra non abbia fine. Nella parte alta si intravede lentamente la nostra meta: la via ora non ci sembra così ripida come sul Nameless e questo ci dà nuova motivazione. L’altezza e il pesante zaino si fanno sentire. Alla fine dell’ultima fiancata dobbiamo ancora superare una piccola cornice e dopo abbiamo ancora davanti due tiri lunghi di traverso di circa 60° di ghiaccio puro… Se questo apparisse quasi ridicolo per un arrampicatore di ghiaccio, la quota ed il pesante fardello unito ai finora 1600m di dislivello, ci porta al limite delle nostre possibilità. Dopo alcune centinaia di metri montiamo finalmente il nostro campo avanzato ABC e comunichiamo via radio con il cuoco che tutto va bene.

Lentamente prepariamo la nostra cenetta e scrutiamo la via che domani ci condurrà alla cima. Diventa buio ma non ci riesce di prendere sonno, forse sono state le dieci ore di salita che ci hanno portato al limite delle nostre possibilità. Al mattino ci risulta difficile uscire dai nostri sacchi a pelo e la breve parete ghiacciata, che ci dovrebbe condurre all’attacco della via “Speck” (6b, A0, 700m) gia’ ci appare molto faticosa ed il tempo non è molto buono e non così caldo come al Nemless. Anche questa volta vogliamo arrampicare velocemente poiché le difficoltà non dovrebbe mai superare il settimo grado. Già nel terzo tiro ci accorgiamo che oggi le condizioni sono tutt’altro che ottimali. Un diedro nel terzo tiro è completamente ghiacciato e l’arrampicata difficile ed anche un po’ pericolosa. Inoltre bisogna continuamente mettersi e togliersi i ramponi ed una rampa ghiacciata si presenta sulla nostra destra. Quando Jojo nel successivo tiro cade con un blocco, siamo quasi tentati di terminare la salita. Dopo un po’ appare il sole ed i nostri animi si risollevano. Due tiri dopo ci accorgiamo che siamo andati troppo a destra e ci troviamo nella via di Giordani Maurizio. Peccato, dobbiamo ricalarci per 60m in doppia, proprio oggi che siamo così lenti. Arrivati alla penultima sosta discutiamo ancore sulla nostra situazione, anche il tempo sembra non essere piu’ affidabile come le scorse settimane. Non e’ semplicemente la nostra giornata, quindi decidiamo di tornare indietro nonostante fossimo 200m sotto la vetta dell’”Uli Biaho”. Tornati alla tendina siamo stanchi, ma felici di aver preso questa difficile decisione che ci addormentiamo quasi subito. Anche se con il cuore un po’ triste, il giorno dopo scendiamo verso il campo base. Nonostante tutto siamo contenti ed orgogliosi di aver tentato di scalare l’”Uli Biaho”.

Dopo un giorno di pausa pensiamo già al prossimo progetto, il che non dura a lungo poiché siamo già ai piedi dell’”Uli Biaho Gallery“. Una linea di fessure, che già avevamo osservato durante la nostra prima ascensione, che ha lo stesso inizio di “Nilam Nejang“, girando poi verso sinistra. Una fessura dopo l’altra si sussegue nel “Sandwasser & Kasnudeln” (7a+, 400m). Arrampicando  verso l’alto la via diventa sempre più ripida, finché raggiungiamo due tiri di fessura a mano di qualità alla Nameless, la quale non potrebbe essere meglio. Questa fantastica via incorona la fine di una via completamente aperta ed arrampicata in libera, in un esclusivo ambiente montano, che non dimenticheremo tanto facilmente.

Vogliamo ringraziare gli sponsor che ci hanno permesso questa spedizione, ed in particolare: Adidas Outdoor, bergshop.com, Carinthia, Hervis Sports, AustriAlpin, Travellunch, Ortovox, Edelrid, Adidas Eyewear, Arc’teryx, ZAMG.

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