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Fabriano: il re della carta era un alpinista d’Appennino

di Gian Luca Gasca

Giambattista Miliani foto @www.grottamontecucco.umbria.it
Giambattista Miliani foto @www.grottamontecucco.umbria.it

Attraversando quest’Appennino a me sconosciuto, sto scoprendo storie che non mi sarei mai aspettato. Ho fatto tappa a Fabriano, nelle Marche, per conoscere la storia della carta che qui ha visto i suoi sviluppi più importanti, ma alla fine sono capitato nelle braccia di un alpinista d’Appennino. È la storia di Giambattista Miliani (1856-1937), il principale fautore della trasformazione del nome “Fabriano“ da paese appenninico a marchio conosciuto a livello internazionale. “È stato uno dei più grandi promotori del CAI” mi racconta con aria soddisfatta il vicepresidente della Fondazione Fedrigoni “ed è stato anche un ambientalista ante litteram” conclude.

Quella di Miliani è una figura poliedrica, innovativa come ne nascono tante a Fabriano.
È stato un industriale cartario, un filosofo, un politico e un musicante con un interesse particolare per la montagna. D’altronde lui “è stato alpinista praticante” mi racconta il vicepresidente sorridendo di vivo entusiasmo. Miliani è un uomo che riesce a tessere un rete di rapporti importanti con una certa facilità, lo dimostra la sua escalation nel settore della politica durante il periodo fascista, ma Giambattista ha anche un’anima montanara che gli fa rifuggire la compagnia in favore della solitudine. Solitudine che trova sulle sue montagne, i Sibillini.
Dai suoi scritti appare ovvio come nel tempo speso sulle montagne appenniniche marchigiane ci sia la voglia di godere appieno della natura ma anche l’interesse per lo studio, la conoscenza e la conservazione di questo ambiente allora in gran parte ancora incontaminato. Nonostante questo però Miliani è già un nostalgico dei tempi moderni, un uomo che sui monti va ricercando la bellezza del tempo andato.

Giambattista cerca nelle montagne quella bellezza romantica che Guccini mi ha mostrato non essere mai esistita realmente se non nelle menti dei cittadini, ed in un certo senso il buon imprenditore fabrianese non si può definire come un vero montanaro ma più che altro come un cittadino amante delle montagne. Lo dimostrano i suoi pensieri, che ho potuto recuperare da alcuni dei suoi scritti. Per lui la montagna è un tempio da preservare, non un luogo di vita e lavoro. In particolare è molto agguerrito con i pastori che portano le capre al pascolo e che, secondo lui, sono stati una delle cause della distruzione boschiva.

Bisogna però ammettere che questa sua estrema chiusura in tema ambientale cozza contro una visione alpinistica di tutt’altro aspetto. I suoi scritti alpinistici, stesi negli anni successivi alla conquista del Cervino, sono una testimonianza di come l’ideale di un alpinismo diverso, nuovo, non stia solo nella nascente figura innovatrice rappresentata dall’inglese Albert Mummery ma anche in questo centro delle montagne appenniniche. Siamo infatti nel 1887 quando scrive che il tempo del grande alpinismo non è ancora finito perché “molte vette vi sono ancora da conquistare, molte ascensioni da compiere per vie ancora inesplorate”. In queste parole c’è la base del nuovo alpinismo, dell’alpinismo moderno di cui Mummery sarà pratico realizzatore. Anche se, è necessario dirlo, Giambattista Miliani non è solo un alpinista della domenica. Facili ricerche mi han fatto scoprire ascensioni interessanti ancora oggi come l’Aconcagua in Sud America; il Popocatepetl in Messico e il Lomnitzer-spitze nei Carpazi per finire con la menzione d’onore e citare l’esplorazione del Monte Fujiyama alla soglia dei suoi 80 anni.

Onestamente non mi aspettavo di trovare storie di questa portata in Appennino. Sulle Alpi mi sono imbattuto in vicende simili molte volte, li è più facile scontrarsi con l’alpinista rimasto “intrappolato” dall’ombra delle montagne di casa ma, qui sull’Appennino fabrianese, quest’ombra non esiste. È stata più facilmente la collocazione geografica e l’importanza della figura industriale a emarginare questa bella parentesi alpinistica. Nel frattempo so però che qui vicino, sul Gran Sasso, ci sono altre belle storie da esplorare, me l’ha detto Stefano Ardito, giornalista, scrittore e documentarista italiano specializzato in montagna, e quindi scendo verso sud per superare l’ennesima barriera culturale del nostro Paese.

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