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Cronaca, Primo Piano

Viaggio in Appennino, l’arrivo ad Amatrice

Testo e foto di Gian Luca Gasca

AMATRICE, Perugia — Oggi il cielo è coperto. C’è aria tempestosa su quello che rimane di Amatrice.
Non ci volevo venire durante questo mio viaggio appenninico, perché pensavo di essere d’intralcio, di apparire come uno sciacallo agli occhi dei cittadini. Eppure qui ho trovato una seconda famiglia. Una famiglia composta dai ragazzi del CAI Amatrice, tutti giovani come d’altronde lo è la sezione nata per volere di Marco Salvetta, l’attuale presidente. Lo incontro a “Campo Lazio”, l’ultima tendopoli ancora in attività nel paese, “ormai i civili hanno tutti trovato una sistemazione alternativa” mi racconta Sandro Faraglia del COREIR Lazio (Corpo Regionale Intervento Rapido).

Cade qualche goccia di pioggia mentre passiamo sulle macerie, sui vestiti, sugli spazzolini e su tutto ciò che ognuno di noi può avere in casa ma che qui troviamo mischiato a ciò che rimane delle case. Sono i vigili del fuoco ad accompagnarci mentre vaghiamo per il centro storico e ad ogni angolo i soci CAI ricordano gli amici e il tempo “prima del terremoto”.

“Prima del terremoto” come a L’Aquila dove non c’è più il 2008, il 2007 e così via. Ci sono invece due epoche del tutto diverse, estranee, con cui tutto finisce e tutto inizia: prima e dopo il terremoto.
A conoscere bene queste parentesi temporali sono Gianluca Ferrini e Elio Ursini del nucleo Protezione Civile dell’Università dell’Aquila, che ci accompagnano mostrandoci da subito cosa c’è di strano tra le macerie del borgo appenninico. Ad esempio salta all’occhio come molti tetti siano perfettamente interi, seppur “posati” a livello della strada. “Quello dei tetti pesanti, costruiti in cemento armato, è stato uno dei problemi principali”, racconta Gianluca, “hanno appesantito troppo una struttura vecchia di decenni, e a fianco di questa difficoltà si aggiungono tutti i problemi amministrativi della zona”. Problemi come i luoghi prescelti dal comune come “aree di accoglienza della popolazione”. Luoghi come l’Hotel Roma, di cui non rimane più nulla e che si fa fatica a localizzare ma, d’altronde, “l’hanno costruito sull’argine di un fiume. Anche sui libri sta scritto che sugli argini non si deve costruire” e la stessa cosa vale per l’altro punto di accoglienza, la scuola elementare del paese. Edificio divenuto ormai simbolo del terremoto e trasformato in polvere dal sisma, me lo mostrano ancora prima di entrare nella zona rossa e la sua vista lascia in bocca uno strano sapore d’illegalità.

C’è però ancora un terzo luogo scelto come punto di aggregazione in caso di emergenza: il campo sportivo. “Su questo c’hanno preso”, fa Elio sorridendo, e d’altronde non poteva essere diversamente: qui non ci sono né muri né tetti.
Gianluca ed Elio sono stati tra i primi ad intervenire qui ad Amatrice. Sono arrivati circa un’ora dopo la scossa e si sono subito messi a scavare riuscendo a dare il loro piccolo contributo di cui non parlo, non vogliono che lo si racconti in pubblico. Mi hanno però raccontato della gestione dell’emergenza, dell’enorme quantità di materiali arrivati, delle scorte alimentari sufficienti per sfamare gli sfollati per anni. “Tutto o quasi in scadenza immediata”, dice però Gianluca, “molte delle aziende che hanno donato hanno spedito nei primi giorni enormi quantità di cibo che stava per scadere, poi non è più arrivato nulla.” Successivamente queste parole mi vengono confermate dalle testimonianze di alcuni abitanti che “con vergogna siamo andati a chiedere del latte e del tonno. Scadevano nell’immediato”.
Perché però fornire alimenti in scadenza immediata e non cibi che si possano mantenere sul lungo periodo? La risposta mi arriva subito da Gianluca ed è una risposta sconfortante, desolante: “Perché così le aziende non devono portare quel cibo al macero e in più possono scaricarselo dalle tasse, essendo una donazione.”

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1 Comment

  1. Ovvio che non tutto sarà andato come viene descritto, per altro con uno stile per nulla gridato e “indignato”, e quindi da vero giornalismo. Ma certo quando si parla di “gara di solidarietà”, ecco io non vi partecipo e mai vi parteciperò. Gara truccata, fin dall’inizio e a diversi livelli di convenienza, da quella personale a quella d’impresa, fino alla convenienza di un corpo sociale ad avere di sé una descrizione che ne tuteli l’autostima. Vale a dire tutto, o quasi, il contrario, dell’altruismo. Ammesso

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