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Metrophobia, un omaggio alla natura selvaggia ed all’avventura

L’Apostelens Tommelfinger (2315m), il cui nome si traduce come “Pollice dell’Apostolo”, è una montagna sulla punta meridionale della Groenlandia, salita per la prima volta dai francesi nel luglio 1975 dal pilastro sud, ed è possibile raggiungerla o in barca o in elicottero.

L’opzione scelta dagli svizzeri Silvan Schuebach, Christian Ledergerber,  Fabio Lupo e dai due francesi Jerome Sullivan e Antoine Moineville è stata il kayak: un viaggio di 170 chilometri attraverso l’Oceano Atlantico, gli iceberg e gli orsi polari. Sette giorni in mare, prima di raggiungere il campo base sulle rive del fiordo Lindenows.

L’obiettivo era chiaro: la prima salita della parete ovest.

Un giorno solo di riposo ed i cinque hanno iniziato con il cuore della spedizione, che si è però rivelato duro come la roccia: l’umidità, le scariche di massi e ghiaccio, gli enormi seracchi alla base della parete non hanno reso la vita semplice ai cinque alpinisti. Dopo sette giorni in parete, cinque bivacchi, alcuni da brivido non solo per il freddo, il 31 luglio la vetta. Una decisione presa di istinto, sovvertendo la strategia certa fino alla sera prima. Una scelta che si è rivelata provvidenziale: il giorno dopo il peggioramento del meteo, che ha trasformato la parete in un foglio di ghiaccio. “A volte il successo – racconta Sullivan – dipende dalle piccole cose”.

L’avvenuta non era però finita: bisognava risalire sui kayak e ripercorrere quei 170 km di oceano. Un viaggio, quello di ritorno, complesso e spaventoso a causa di una tempesta, che ha sorpreso i cinque, non senza conseguenze: Jerome Sullivan si è ribaltato con il kayak per bene tre volte dopo aver iniziato ad imbarcare acqua ad una temperatura di 3°C, che ben presto lo ha portato ad uno stato di ipotermia. Di nuovo sul kayak, trascinato dai compagni attraverso gli iceberg, finalmente arriva la costa. Fortunatamente nessuna conseguenza. La linea da loro aperta l’hanno chiamata Metrophobia (7a A2+ ghiaccio 120°, 1700 mt).

“Questa spedizione è un omaggio alla natura selvaggia e all’avventura – ha raccontato lo svizzero Schuebach – che può essere trovata al giorno d’oggi, se si è disposti ad affrontarla soltanto con le proprie forze”.

 

 

(Fonte: alpinist.com)

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